Lexicon

30 04 2009

Alla voce scartare l’Enciclopedia Treccani riporta:

1. Svolgere, togliere un oggetto dalla carta in cui è incartato;

2. Gettare al monte o in tavola, alla propria mano, una o più carte; la scelta delle carte da scartare viene effettuata, a seconda dei giochi e dell’opportunità, in base al criterio della loro maggiore o minore utilità, del valore di punteggio che hanno se segnate in più o in meno, e anche per chiamare il compagno a un gioco o per sviare l’avversario;

3. Respingere, rifiutare in base ad una scelta, ad un esame; dichiarare qualcuno non idoneo fisicamente;

4. Eliminare, gettare via o mettere da parte, in base ad una scelta, ciò che si ritiene inservibile, inutile o superfluo;

5. Fare un brusco spostamento laterale;

6. Evitare un intervento di un avversario eludendolo;

Il Dizionario della Lingua Italiana Palazzi Folena scrive:

1. Togliere qualcosa dalla carta in cui è avvolta;

2. Gettare a monte le carte che si rifiutano o che sono meno utili;

3. Ricusare, respingere, rifiutare gli elementi meno idonei a quanto richiede la situazione;

4. Dividere in quattro parti, separare;

5. Deviare bruscamente in senso laterale dal cammino;

6. Superare l’avversario eludendone l’intervento; spostarsi di lato per mettere in difficoltà l’avversario;

Il Dizionario etimologico Garzanti recita:

1. In alcuni giochi di carte, eliminare una carta che si ha in mano;

2. Escludere, non prendere in considerazione;

3. Separare;

4. Fare un brusco e ed improvviso spostamento laterale

Perché prendere in considerazione questo termine? Quali sono gli elementi che emergono da queste analisi terminologico-lessicali? A questa prima problematica rispondo momentaneamente con un’altra domanda legata alle ultime riflessioni fatte: l’io può essere considerato, o meglio ri-pensato come scartante-scartato o viceversa? Per rendersi conto se questo modo di porre il problema ha un senso, può portare una nuova costellazione di significazioni, credo sia opportuno cercare di dare una risposta alla seconda domanda. Innanzitutto il verbo scartare risulta essere un verbo che, a seconda del significato, si dà come transitivo o intransitivo. Quindi transitività ed intransitività appartengono a questo verbo. Vi è poi un rimando a qualcosa che viene rifiutato, abbandonato, rimosso. Non solo, ma questo rifiuto produce un esubero, appunto un prodotto di scarto. Non è tutto, infatti accanto a questi signbificati troviamo anche quello di spostamento, di deviazione improvvisa. Ultima annotazione, ma per questo non meno importante per me, lo scartare nel significato di rifiutare, rigettare ha a che fare con la dimensione del gioco. A questo punto si pone nuovamente la domanda: cosa ha a che fare tutto ciò con l’io? Se l’io è un atto che ha a che fare con una struttura differenziante-differenziantesi non potremmo davvero ri-pensalo a partire da questa idea di io come scartante-scartato?





Una riflessione interessante

27 11 2008

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In riferimento alle tematiche della differenza e della differance rimandiamo ad una feconda lezione magistrale di Carlo Sini del 2002, proprio su questa tematica ed in riferimento a J. Derrida. Il contributo è possibile grazie ad una collaborazione con arcoiris.tv

Per scaricare il file:

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Da quando porto gli occhiali ci vedo meno

30 01 2008

Non è che proprio ci veda di meno; le lettere su un testo stampato o una immagine su uno schermo cinematografico mi appaiono più nitide, mi capita però di non riconoscere più le persone.

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Tentando un regresso

28 01 2008

Italo Tomassoni in Alberto Burri sulla via dei “Cretti”1 scrive proprio a proposito di queste opere:

La connotazione dello spazio che si identifica con il luogo e si offre frantumato, scisso, come Spaltung dell’immagine, è già al centro di una lucida consapevolezza di conservazione e restaurazione dei processi formali.

E’ scritto che chi cerca la verità è già nella verità. Nella terra desolata dei Cretti, l’opera risorge dalla dissoluzione stampando l’impronta del suo rigenerarsi proprio in quell’esistere frantumato “qui e ora” dove la decostruzione della forma avviata con l’analitica cubista non può spingersi oltre.

Rispetto a questa esigenza di forma, colta a partire dalla sua distruzione e dal suo grado zero, niente è più distante di quell’immaginario che faceva volare Fontana sopra una metafisica della totalità dove tutto è miracolosamente rinviato e sospeso.

Nelle superfici di Burri, solcate in profondità, che possono assumere la durezza del ferro e del calcestruzzo, ma anche la leggerezza di un merletto, la forma precipita all’interno della sua gravità. In quella caduta nei buchi neri di una modernità collassata, la luce si solidifica esaltando il suo cuore di tenebra nello splendore di una materia che appare la sola lingua offerta a questo secolo per conservare il collegamento con la parola mediterranea della pittura occidentale. Lavoro da titani. Lavoro fondato prima ancora che sulla esigenza della rappresentazione sulla forza della forma, terribilmente vera e tragica perché attratta dalla gravità del reale.2

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