de-oggettivazione

2 05 2010

De-oggettivare, dis-velare la distanza che si interpone sempre fra il linguaggio e qualsiasi idea di una diretta connessione con un interiorità. Il linguaggio è tutto lì dinanzi a noi, non esprime nulla di una qualsivoglia interiorità psichica. Noi apprendiamo ad usare il linguaggio ed a fare con esso una serie di giochi. Questo dis-velamento potrebbe però anche essere la potenza della possibilità stessa del linguaggio.





Rimozione dell’originale

26 02 2010

Producendo la copia in modo tecnico e sistematico e ottenendo in un determinato materiale una forma durevole, si compie la separazione dell’immagine dall’originale. Cioè è ancora una “copia”, che rimanda a qualcosa la cui immagine è fissata. Ma se viene data l’immagine, non c’è più bisogno che sia dato direttamente anche l’originale. Anzi deriva in sempre maggior misura la possibilità che la configurazione imitativa già durante la fabbricazione si stacchi in certo modo dal modello, combini elementi formali, accentui propri tratti caratteristici, lasciandone da parte altri – in una parola: l’immagine usa liberamente l’originale ed evita il carattere di somiglianza del riflesso a favore di un rilevamento di tratti più essenziali. L’immagine, per quanto sia ancora copia, “parafrasa” già la realtà; non riflette, interpreta.

Eugen Fink, Il gioco come simbolo del mondo, Roma, Lerici, 1969





da “Il gioco come simbolo del mondo”

15 12 2009

L’uomo non è così integralmente uno con il proprio essere – come l’animale: l’uomo sta per così dire “di fronte” a se stesso (sottolineatura mia); egli non solo è nel tempo, ma si rapporta al tempo; nel presente egli sa del futuro, al culmine delle sue forze sa già del suo declino, in gioventù sa della vecchiaia, in vita sa della morte; noi non siamo “uni” come l’animale protetto dalla natura, noi facciamo l’esperienza della nostra caducità di fronte all’essere più sano degli animali.

E. Fink





Significazioni e gioco

4 12 2009

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Proviamo a delineare un possibile percorso di ricerca a partire da una riflessione: il processo di significazione può essere colto come gioco? Se seguiamo la analisi di E. Fink credo si possa dare una risposta affermativa a questa domanda. Vediamo però di puntualizzarla. Possiamo intendere la significazione come gioco? O meglio, questi due termini possono considerarsi in relazione sinonimica? Se così è diviene fondamentale puntualizzare la relazione che lega significazione e gioco. Questo potrebbe essere indicato proprio come la linea di sviluppo delle indagini che cercheremo di svolgere. Si tratta ora di mettere a fuoco da quale angolo prospettico intendiamo sviluppare queste problematiche. Al momento mi pare si possano individuare i contributi dati da Huizinga, Fink, Wittgenstein e Bateson. Ovviamente questi nomi non costituiscono altro che dei segnavia nell’orizzonte di ricerca. Essi quindi non sono esaustivi delle problematiche, ma aprono lo sviluppo di una ricerca che ha complesse e ramificate articolazioni.








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