Rimozione dell’originale

26 02 2010

Producendo la copia in modo tecnico e sistematico e ottenendo in un determinato materiale una forma durevole, si compie la separazione dell’immagine dall’originale. Cioè è ancora una “copia”, che rimanda a qualcosa la cui immagine è fissata. Ma se viene data l’immagine, non c’è più bisogno che sia dato direttamente anche l’originale. Anzi deriva in sempre maggior misura la possibilità che la configurazione imitativa già durante la fabbricazione si stacchi in certo modo dal modello, combini elementi formali, accentui propri tratti caratteristici, lasciandone da parte altri – in una parola: l’immagine usa liberamente l’originale ed evita il carattere di somiglianza del riflesso a favore di un rilevamento di tratti più essenziali. L’immagine, per quanto sia ancora copia, “parafrasa” già la realtà; non riflette, interpreta.

Eugen Fink, Il gioco come simbolo del mondo, Roma, Lerici, 1969





da “Il gioco come simbolo del mondo”

15 12 2009

L’uomo non è così integralmente uno con il proprio essere – come l’animale: l’uomo sta per così dire “di fronte” a se stesso (sottolineatura mia); egli non solo è nel tempo, ma si rapporta al tempo; nel presente egli sa del futuro, al culmine delle sue forze sa già del suo declino, in gioventù sa della vecchiaia, in vita sa della morte; noi non siamo “uni” come l’animale protetto dalla natura, noi facciamo l’esperienza della nostra caducità di fronte all’essere più sano degli animali.

E. Fink





Significazioni e gioco

4 12 2009

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Proviamo a delineare un possibile percorso di ricerca a partire da una riflessione: il processo di significazione può essere colto come gioco? Se seguiamo la analisi di E. Fink credo si possa dare una risposta affermativa a questa domanda. Vediamo però di puntualizzarla. Possiamo intendere la significazione come gioco? O meglio, questi due termini possono considerarsi in relazione sinonimica? Se così è diviene fondamentale puntualizzare la relazione che lega significazione e gioco. Questo potrebbe essere indicato proprio come la linea di sviluppo delle indagini che cercheremo di svolgere. Si tratta ora di mettere a fuoco da quale angolo prospettico intendiamo sviluppare queste problematiche. Al momento mi pare si possano individuare i contributi dati da Huizinga, Fink, Wittgenstein e Bateson. Ovviamente questi nomi non costituiscono altro che dei segnavia nell’orizzonte di ricerca. Essi quindi non sono esaustivi delle problematiche, ma aprono lo sviluppo di una ricerca che ha complesse e ramificate articolazioni.





L’io come azione (una riflessione)

26 04 2009

E. Fink

E. Fink

A partire dalla domanda che mi hai posto venerdì sull’io e sul sé, ho cominciato a riflettere sulle possibili implicazioni. Infatti il problema risulta essere assolutamente intrigante e, credo, denso di implicazioni. Così ho provato a sintetizzare alcuni pensieri e domande che ti giro.

Non è forse proprio a partire dall’affermazione che l’io è un’azione che si deve ri-cominciare a pensare l’io? Non è da questa ipotesi (cambiamento di prospettiva) che si deve ri-pensare la non transitività del sé? Se l’io non è più un oggetto, ma agente soggettività, non è proprio a partire da qui che si deve ri-cominciare a tematizzare la soggettività? A me non pare che nella fenomenologia questo venga rimosso o che si vada nella direzione della rimozione della soggettività e dell’io (credo che lo strrutturalismo – o almeno una parte di esso – abbia fatto questo), non credo che l’io sia perso o marginalizzato, anzi la sua trasformazione in azione diviene il punto nevralgico della riflessione fenomenolgica. Il problema non potrebbe essere spostato? Infatti se l’io è un azione possiamo ancora domandarci chi compie questa azione? Chi è che opera riduttivamente? O forse sarà necessario andare nella direzione del come ciò accada? Questo come non è però più esclusione della problematica dell’io, ma ri-proposizione attraverso il suo porsi come azione e non più come ente.

Potrebbe esserci utile questo passaggio per ri-pensare questa tematica?

“Noi riconosciamo, per esempio, che l’indipendenza dell’ente dall’esperienza, il suo esser-ci-già-prima, in altre parole: il suo “essere in sé” è già dazione di senso della coscienza esperiente; (sottolineatura mia) che la costituzione non è solo costituzione nell’atto momentaneo, ma che nella costituzione attuale è sempre cofungente una coscienza potenziale e sedimentata in habitus, proprio nella quale si edifica e si è edificato costitutivamente l’”essere in sé” dell’oggetto, la sua indipendenza d’essere dalla percezione attuale”

E. Fink, VI Meditazione Cartesiana, §6








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