Perdere il proprio io

29 09 2011

F. Jullien, in Parlare senza parole, scrive:

“Perdere il proprio io”, come suggerisce il taoista e come ciascuno di noi può fare in ogni istante nell’incontro diretto con il mondo, quindi nel momento in cui non si dispone più del mondo ma ci si rende disponibili a esso (non è forse questa la peculiarità dell’esperienza poetica?), diventa in effetti un’esperienza illimitatamente accessibile. (pag. 54)

Questo passaggio può rimandare al quadro di C. D. Friedrich, Monaco sulla spiaggia?

C. D. Friedrich, Monaco sulla spiaggia

C. D. Friedrich, Monaco sulla spiaggia





Indicibilità della sofferenza

27 05 2010

Indicibilità della sofferenza

Riflessioni a margine di Bartleby lo scrivano di Herman Melville

Alessandro Ramploud

A fondamento della credenza fondata sta la credenza infondata1

Ludwig Wittgenstein

Premessa

Perché indicibilità della sofferenza?

Per tentare di dare una risposta preliminare a questa domanda e contemporaneamente tracciare una prospettiva che fornisca i segnavia interpretativi di questo lavoro è necessario chiarisca l’orizzonte nel quale vorrei collocare questa riflessione.

Quando parlo di indicibilità della sofferenza penso ad una riflessione sviluppata da Paul Johnston in un saggio dedicato al mondo interno ed alla sua elaborazione nel pensiero di Ludwig Wittgenstein. Johnston scrive:

noi non applichiamo la parola dove a rigore parlando non è appropriata; piuttosto, noi l’applichiamo dove essa è completamente inappropriata. Ciò che è strano ed interessante è che noi usiamo questa parola, questa immagine, in quello che sembrerebbe essere un contesto completamente inappropriato.2

In altri termini, quando uso il linguaggio, esso è sempre inappropriato, viene applicato in un contesto che non può che manifestare tutta la sua inappropriatezza. Tale condizione è a mio avviso strettamente connessa con la dimensione di gioco. Leggi il seguito di questo post »





Significazioni

29 11 2009

Premessa

Tre sono i punti che vorrei fossero qui considerati premesse a queste riflessioni. a. la non identità dell’io; b. l’individuazione di un io che non è più possibile oggetto, ma diviene azione; c. rilettura dell’opera di Husserl che a partire dagli anni ’20 del secolo passato fornirebbe elementi teoretici fondamentali alla rilettura della fenomenologia statica (Melandri E.). Chiariamo meglio questi tre punti. I primi due si riferiscono direttamente alle Meditazioni Cartesiane. Nello specifico il primo rimanda ad un importante passaggio della II meditazione in cui Husserl ribadisce la non identità dell’io sono. Questa posizione è ulteriormente sviluppata nella VI meditazione scritta da E. Fink e E. Husserl. Leggi il seguito di questo post »





Vita, visione e natura (Riegl, Goldstein, Merleau-Ponty)

23 11 2009

Si pubblica qui di seguito l’intervento di Manlio Iofrida alle Giornate di studio del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna dal titolo: Biologie Filosofiche. Vita e discorsi sulla vita fra ’800 e ’900. L’incontro ha avuto luogo il 12 e 13 novembre 2009

Vita, visione e natura (Riegl, Goldstein, Merleau-Ponty).

di Manlio Iofrida

Le nostre giornate affrontano il tema della vita da molteplici punti di vista e in significati assai vari, come già sapete. Io mi concentrerò in particolare su due aspetti: quello dello speciale legame che si verifica fra vita e visione e quello del significato del biologico, della biologia e, più in particolare, dell’animalità e della corporeità che emerge da tale legame vita-visione: qual è la natura dell’animale, ma, conseguentemente, anche, qual è la natura dell’uomo che emerge da una certa tradizione culturale e che oggi torna ad essere di attualità? Implicito, ma non secondario, nel discorso che farò, è un terzo aspetto su cui abbiamo voluto insistere in queste giornate: quello dello scambio, del rapporto di reciproco incrocio e anche di reciproco rispecchiamento che lega pensiero tedesco e pensiero francese. Naturalmente, mi concrentro su questi temi non per motivi puramente esegetici e filologici, ma perché penso che essi possano offrire degli appigli per pensare i problemi di questo nostro presente in cui le questioni della vita sono tanto dibattute, ma prevalentemente con un ritorno a categorie e impostazioni filosofiche tradizionali. Avverto infine che, per motivi di tempo, mi limiterò a parlare di Merleau-Ponty e Riegl, omettendo Goldstein, a differenza di quanto avevo annunciato nel titolo. Leggi il seguito di questo post »





Di una duplice fenditura – un appunto

5 11 2009
faglia

faglia o piegatura

Borromini - Sant'Ivo

concavo e convesso

Queste due immagini sono per me paradigmatiche. La prima (la chiesa di Sant’Ivo del Borromini) mostra come nell’architettura barocca si diano due elementi antitetici e coimplicantesi allo stesso tempo: concavità e convessità. Questi ultimi sono a tutti gli effetti coloro che plasmano e vengono plasmati dalla luce. Infatti, come è facilmente riscontrabile dall’immagine la luce si riflette in modo assolutamente opposto a seconda della tipologia di superficie che colpisce. Essi si danno in questa immagine in assoluta contiguità, ma generano già da sempre uno scarto, una fenditura. Ecco il senso della seconda immagine, la fenditura, qui rappresentata da una faglia. La terra qui si torce, si piega, è sottoposta a forze che la muovono continuamente facendola collassare su se stessa e producendo questa separazione, questo scontro. Come anticipato questi sono solo immagini che cercano di rendere in modo paradigmatico qualcos’altro. Infatti ciò che vorrei qui solo abbozzare è la possibilità di parlare riguardo ad una duplice fenditura. Quale? Quella che si dà, a nostro avviso, nel processo genealogico-evolutivo dell’uomo. L’uomo si connota come quasi tutte le specie animali per un processo evolutivo specie specifico. Tale percorso pare però essere caratterizzato da due elementi particolari, due fenditure. Infatti la fase neonatale è paradigmaticamente definita anche fase dell’infanzia, ossia di un periodo della vita in cui l’uomo è ancora privo del linguaggio, meglio, non è ancora entrato nel linguaggio. Nel momento in cui il linguaggio viene usato comunicativamente il bambino entra completamente in un altro orizzonte di significazione che è segnato da una fenditura insanabile con ciò che c’era prima. Tutto si modifica. Il suo approccio ora ha a che fare non più con la sperimentazione fonetica ma con l’Ethos. Il processo non termina qui, ma l’insorgere dell’io, che si percepisce come se stesso, spalanca la seconda fenditura. Ora si dà la possibilità di ri-guardare ciò che si è dato attraverso la possibilità del ritorno sul medesimo. Ecco quindi la duplice fenditura.





differenza, ritorno, paradigma – riflessioni sparse

30 08 2009

(prima stesura)

1.

Pre-supposto: l’elaborazione dei concetti di differenza e di dualità come elaborati in La differeza, o della differenziazione. Nella lettura che va da Husserl a Fink, io credo si possa cogliere il palesarsi di una differnziazione radicale. Dove possiamo individuare due dei fondamentali segnavia di questo processo? Mi pare si possa indicare: a) l’io sono non più identico a se stesso (elaborazione che troviamo nella II Meditazione Cartesiana); b) la radicalizzazione di questa elaborazione da parte di Fink in un vero e proprio dualismo (VI Meditazione Cartesiana – I parte – a questo proposito è estremamente interessante il passaggio che opera lo stesso Fink dal dualiso alla pluralità). Leggi il seguito di questo post »





L’io come azione (una riflessione)

26 04 2009

E. Fink

E. Fink

A partire dalla domanda che mi hai posto venerdì sull’io e sul sé, ho cominciato a riflettere sulle possibili implicazioni. Infatti il problema risulta essere assolutamente intrigante e, credo, denso di implicazioni. Così ho provato a sintetizzare alcuni pensieri e domande che ti giro.

Non è forse proprio a partire dall’affermazione che l’io è un’azione che si deve ri-cominciare a pensare l’io? Non è da questa ipotesi (cambiamento di prospettiva) che si deve ri-pensare la non transitività del sé? Se l’io non è più un oggetto, ma agente soggettività, non è proprio a partire da qui che si deve ri-cominciare a tematizzare la soggettività? A me non pare che nella fenomenologia questo venga rimosso o che si vada nella direzione della rimozione della soggettività e dell’io (credo che lo strrutturalismo – o almeno una parte di esso – abbia fatto questo), non credo che l’io sia perso o marginalizzato, anzi la sua trasformazione in azione diviene il punto nevralgico della riflessione fenomenolgica. Il problema non potrebbe essere spostato? Infatti se l’io è un azione possiamo ancora domandarci chi compie questa azione? Chi è che opera riduttivamente? O forse sarà necessario andare nella direzione del come ciò accada? Questo come non è però più esclusione della problematica dell’io, ma ri-proposizione attraverso il suo porsi come azione e non più come ente.

Potrebbe esserci utile questo passaggio per ri-pensare questa tematica?

“Noi riconosciamo, per esempio, che l’indipendenza dell’ente dall’esperienza, il suo esser-ci-già-prima, in altre parole: il suo “essere in sé” è già dazione di senso della coscienza esperiente; (sottolineatura mia) che la costituzione non è solo costituzione nell’atto momentaneo, ma che nella costituzione attuale è sempre cofungente una coscienza potenziale e sedimentata in habitus, proprio nella quale si edifica e si è edificato costitutivamente l’”essere in sé” dell’oggetto, la sua indipendenza d’essere dalla percezione attuale”

E. Fink, VI Meditazione Cartesiana, §6








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