Indicibilità della sofferenza

27 05 2010

Indicibilità della sofferenza

Riflessioni a margine di Bartleby lo scrivano di Herman Melville

Alessandro Ramploud

A fondamento della credenza fondata sta la credenza infondata1

Ludwig Wittgenstein

Premessa

Perché indicibilità della sofferenza?

Per tentare di dare una risposta preliminare a questa domanda e contemporaneamente tracciare una prospettiva che fornisca i segnavia interpretativi di questo lavoro è necessario chiarisca l’orizzonte nel quale vorrei collocare questa riflessione.

Quando parlo di indicibilità della sofferenza penso ad una riflessione sviluppata da Paul Johnston in un saggio dedicato al mondo interno ed alla sua elaborazione nel pensiero di Ludwig Wittgenstein. Johnston scrive:

noi non applichiamo la parola dove a rigore parlando non è appropriata; piuttosto, noi l’applichiamo dove essa è completamente inappropriata. Ciò che è strano ed interessante è che noi usiamo questa parola, questa immagine, in quello che sembrerebbe essere un contesto completamente inappropriato.2

In altri termini, quando uso il linguaggio, esso è sempre inappropriato, viene applicato in un contesto che non può che manifestare tutta la sua inappropriatezza. Tale condizione è a mio avviso strettamente connessa con la dimensione di gioco. Leggi il seguito di questo post »





Bartleby lo scrivano

30 04 2010

I would prefer not to (avrei preferenza di no)…

La “frase-baule”, la formula-limite del linguaggio, l’agrammaticalità.

Hermann Melville

Hermann Melville





Rimozione dell’originale

26 02 2010

Producendo la copia in modo tecnico e sistematico e ottenendo in un determinato materiale una forma durevole, si compie la separazione dell’immagine dall’originale. Cioè è ancora una “copia”, che rimanda a qualcosa la cui immagine è fissata. Ma se viene data l’immagine, non c’è più bisogno che sia dato direttamente anche l’originale. Anzi deriva in sempre maggior misura la possibilità che la configurazione imitativa già durante la fabbricazione si stacchi in certo modo dal modello, combini elementi formali, accentui propri tratti caratteristici, lasciandone da parte altri – in una parola: l’immagine usa liberamente l’originale ed evita il carattere di somiglianza del riflesso a favore di un rilevamento di tratti più essenziali. L’immagine, per quanto sia ancora copia, “parafrasa” già la realtà; non riflette, interpreta.

Eugen Fink, Il gioco come simbolo del mondo, Roma, Lerici, 1969





L’ente

8 01 2009

“L’ente costituisce un’idea pratica, quella dell’infinità d’un lavoro di determinazione teoretica.”

E. Husserl

(Conclusione della IV Meditazione cartesiana)





Meditazioni sulle Meditazioni Cartesiane di E. Husserl

16 11 2008
E. Husserl

E. Husserl

E: Husserl, nella Seconda Meditazione Cartesiana scrive:

non è la mera identità dell’io sono che costituisce il contenuto assolutamente indubitabile dell’esperienza trascendentale di sé, ma è un’universale struttura apodittica di esperienza dell’io (per esempio, la forma temporale immanente del flusso dei vissuti) che si estende attraverso tutte le datità particolari della reale o possibile esperienza di sé, sebbene essa singolarmente non sia assolutamente indubitabile. In connessione e in dipendenza di essa sta il fatto che l’io si delinea per se stesso come concreto, esistente con un suo contenuto individuale di esperienze, capacità, disposizioni; l’io con il suo orizzonte si profila come oggetto di esperienza raggiungibile in una possibile esperienza di sé che può estendersi ed arricchirsi all’infinito.

Ora, io credo che proprio questa non identità dell’io sono rimanda a quella Rückfrage, quella domanda di ritorno che permette di s-velare lo scarto, la differenza che è già sempre in atto nella riduzione trascendentale fenomenologica. Tale processo, legato al configurarsi dell’io come atto e non come oggetto, è fondamentale perché pone sempre già un raddoppiamento, una differenziazione fra l’io vivente e l’io esperito. L’io pare quindi divenire stratificazione, continua sedimentazionedi, deposito differenziantisi di materiali. Proprio qui, nel differire, nello scartare si situa la possibilità stessa del processo di significazione.





Soglie delle percezioni

16 03 2008

Io credo che anche quando siamo impegnati nella riflessione speculativa più astratta, ciò avviene sempre a partire dal nostro corpo, dal nostro situarci in uno spazio ed in un tempo (mi riferisco qui anche alla riflessione di J. Searle); va da sé che mi ponga nella prospettiva di un fondamento biologico della vita a cui dobbiamo guardare e che dobbiamo preventivamente interrogare. Leggi il seguito di questo post »





Da quando porto gli occhiali ci vedo meno

30 01 2008

Non è che proprio ci veda di meno; le lettere su un testo stampato o una immagine su uno schermo cinematografico mi appaiono più nitide, mi capita però di non riconoscere più le persone.

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Limite, parola, visione: tradizione visibilistica e filosofia

6 01 2008

Innanzitutto vorrei dire alcune cose sul tema del limite, che è il tema generale del nostro seminario, sul modo in cui io l’ho inteso e su come tale questione occupa attualmente la scena del dibattito filosofico. Leggi il seguito di questo post »








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