Premessa
Tre sono i punti che vorrei fossero qui considerati premesse a queste riflessioni. a. la non identità dell’io; b. l’individuazione di un io che non è più possibile oggetto, ma diviene azione; c. rilettura dell’opera di Husserl che a partire dagli anni ‘20 del secolo passato fornirebbe elementi teoretici fondamentali alla rilettura della fenomenologia statica (Melandri E.). Chiariamo meglio questi tre punti. I primi due si riferiscono direttamente alle Meditazioni Cartesiane. Nello specifico il primo rimanda ad un importante passaggio della II meditazione in cui Husserl ribadisce la non identità dell’io sono. Questa posizione è ulteriormente sviluppata nella VI meditazione scritta da E. Fink e E. Husserl. In essa infatti la non identità assume l’aspetto di un iniziale dualismo che si esplicita nella diade soggetto costituente vs. spettatore fenomenologico. Questa distinzione, però, arriva ad esplicitarsi pienamente nella teorizzazione di una pluralità dell’io, che credo si possa definire anche come l’individuazione di un io plurale. Il secondo punto ha ancora a che vedere con le Meditazioni. Infatti in esse vi è uno spostamento proprio relativamente all’io. Esso viene progressivamente modificandosi perdendo quella connotazione oggettivistica che ha assunto nel corso dello sviluppo della metafisica occidentale. Ciò che cambia è che esso non si dà più come oggetto, ma come azione. Questo processo conduce Fink e Husserl -sempre nella VI meditazione – a strutturare i paragrafi di quest’opera come fenomenologizzare… Perché a questo punto è importante e svolge un ruolo di premessa la rilettura di Melandri? Come abbiamo detto essa si basa su un postulato fondamentale: non pensare all’evoluzione della riflessione husserliana come scissa in due o più periodi, ma coglierne un interna coerenza “ermeneutica”. Ossia la riflessione dell’Husserl più maturo, quello degli anni dopo il 1920 sarebbe da leggere come l’elaborazione di una serie di concetti teoretico-operativi in grado di ri-pensare e ri-illuminare le indagini fenomenologiche della fine dell’800 e dei primi del ‘900. Questa scelta mi pare possa proprio essere sostanziata dalla stessa riflessione husserliana, la quale attraverso l’introduzione/teorizzazione della fenomenologia genetica – con tutta la relativa problematizzazione della temporalizzazione – introduce un concetto fondamentale: il ritorno. Ecco allora che proprio il ritorno, la Ruckfrage ri-illuminano il percorso fenomenologico. Duplice quindi il senso che assume questo ritorno, infatti da un lato esso è elemento fondamentale nella riflessione husserliana; dall’altro può porsi come strumento intepretativo della stessa riflessione fenomenologica. Volendo quindi tentare di lanciare uno sguardo sinottico verso le riflessioni che caratterizzano questa premessa, si può dire che vi sia il darsi di una differenziazione già sempre in atto (l’io che differisce da se stesso) nella quale non si ha più a che fare con oggetti, ma con azioni, atti. Tale processo assume però un ulteriore definizione proprio in questo darsi una continua retro-azione che gli elementi coinvolti in questo processo compiono proprio a partire dal ritorno.
Un possibile percorso
Sulla base delle premesse appena discusse cerchiamo di continuare a tracciare il percorso di questa ricerca. Provvisoriamente, e rimanendo in un linguaggio husserliano, definiremo l’oggetto di cui si tratta qui come una possibile “gnoseologia”. Ciò, io credo sia possibile affermarlo, a partire da alcuni elementi che mi paiono fondamentali nella stessa riflessione di Husserl. Nelle Lezioni sulla sintesi passiva si delinea l’elemento impressionale/materico che agisce e fa reagire passivamente i sensi. Tale azione è però sempre già contrastata da un’attività creativa/attiva che anticipa e crea possibili “contenitori” da riempire (a questo proposito mi sembra importantissima la teoria del riempimento di Husserl, ma anche la sua declinazione elaborata dalla Stein). Che cosa accade quindi qui? La dimensione iletica determina una situazione di eccitamento sensuale che però non è mera impressione, ma è già sempre posta all’interno di un orizzonte anticipante creativo (è evidente qui la consonanza che hanno riscontrato diversi studi neurofisiologici anche differenti per premesse e conclusioni come quelli di Edelman e di Gallese). Si palesa quindi una dimensione cinetica già sempre operante fra la passività ricettiva e l’attività creatrice. Tale situazione è così radicalmente coimplicantesi che credo si possa operare una distinzione solo attraverso processi d’astrazione concettuale. Essa infatti non si dà mai esperienzialmente se non in continua contaminazione. Questa coimplicazione porta con sé un elemento importante, infatti se l’elemento iletico e quello attivo/creativo si coimplicano è necessario un continuo processo di ritorno fra l’uno e l’altro. Ecco quindi che già in questa primissima configurazione gnoseologica il concetto di ritorno diviene paradigmatico. Procediamo ora su questa linea di sviluppo. L’attività creativa/attiva – seguendo Fink e Husserl – è attività della soggettività costituente, quindi di quell’io differenziantesi. Quindi l’io e la soggettività divengono attori fondamentali e fondanti di questo processo. Ma come agisce questo io agente? Esso appresta quei “contenitori vuoti” che dovrebbero poi essere “riempiti”. Ma di nuovo: cos’è questo riempimento? Io credo lo si possa anche indicare come un processo, quindi un’azione, di significazione. Ecco allora che l’io, la soggettività costituente agiscono creando processi di significazione possibili. La dimensione iletica fa quindi re-agire l’io, la soggettività; contemporaneamente, però solo attraverso questo processo di re-azione si ottiene una dimensione creativa del processo di significazione. La struttura di ritorno, quindi “significa” la dimensione iletico-impressionale-sensuale. Ciò vuol dire che i nostri sensi sono immersi in una dimensione di costante eccitazione, ma nuovamente questa diviene “nostra” attraverso il processo re-attivo di significazione. Appare evidente da questi brevi passaggi come il processo di ritorno, che illumina la speculazione husserliana, sia teoreticamente che filologicamente, sia un vero e proprio concetto operativo fondamentale. La centralità di questo passaggio va però qui chiarita. Infatti l’io, la soggettività illuminano, con questo retro-agire, la dimensione iletica che affetta il corpo, i sensi. Ma questo illuminare può essere definito un passaggio “neutro”? Ci troviamo di fronte ad una “luce” che in modo assolutamente piatto e senza ombre illumina la cosa? Io credo di no. Infatti ci troviamo di fronte ad un illuminazione che produce molte ombre e sfumature, meglio che fa emergere la cosa proprio da un substrato umbratile. Cerco di chiarire questo passaggio. Quando vi sono impressioni senso-motorie che coinvolgono i notri apparati cerebrali e sensuali noi abbiamo una serie di modificazioni di tipo bio-chimico, elettrico, motorio, etc. Questa dimensione risulta però essere necessaria ma non sufficiente per l’insorgenza dei processi di significazione. Questo è ampiamente attestato anche da recenti studi di V. Gallese sui neuroni specchio e più in generale sulla funzionalità cerebrale dei primati e dell’uomo. Si pone quindi uno scarto, un salto fra la dimensione puramente iletico impressionale e quella di produzione di significati. Ecco quindi il darsi di una zona d’ombra tutt’altro che “neutra”. Io credo che ci si possa spingere ad affermare che dinanzi a questo scarto si produca sempre un processo di contaminazione in cui è già sempre all’opera una scoria modificante. Mi spiego meglio, il processo creativo-attivo di significazione dà forma alla dimensione iletico-sensuale e nel fare ciò modifica già sempre la semplice impressione sensuale. Ecco quindi l’insorgere della dimensione appercettiva (che lo stesso Husserl fa emergere proprio nelle Meditazioni Cartesiane per differenziarla dalla semplice percezione) che essendo già sempre in opera introduce ovviamente ad una mediatezza costitutiva che modifica qualsiasi concetto d’identità fra impressione e significazione percettiva. Nel processo della costruzione della nostra percezione siamo così rinviati dalla scoria modificante e dalla continua contaminazione a quel darsi della differenza che si radica nell’io stesso. Può questa dimensione, una volta acquisita, creare una situazione di sofferenza causata dal cogliere un’impossibilità di completa identificazione fra la dimensione iletica e quella di significato?
Agamben, o di una possibile digressione
Per tentare di dare una risposta a questo domandare sono costretto ad una breve digressione che credo possa essere però significativa nell’insieme della riflessione. Agamben, in diversi passaggi della sua riflessione parla dell’aver luogo del linguaggio. Questo aver luogo, va connesso con la peculiarità dell’uomo di essere quell’ente che entra nel linguaggio. Quest’ultima affermazione si connette con i processi evolutivi che caratterizzano l’uomo stesso. Noi sappiamo infatti che il linguaggio entra nei processi d’apprendimento del bambino. Ora cosa significa questo? Il bambino non giunge ad avere il linguaggio se non dopo un preciso percorso di crescita, non solo, ma tale percorso si ha solo a seguito dell’esposizione stessa del bambino ad un linguaggio. Passata infatti una certa età esso non elabora più questa capacità. Vi è però qualcosa di estremamente intricato, infatti il linguaggio diviene uno degli elementi di significazione di cui disponiamo, meglio esso diviene l’elemento privilegiato di significazione. Se sono vere queste affermazioni dobbiamo pensare che la significazione sia un processo esclusivamente del bambino che è entrato nel linguaggio? Io credo di no. Anzi credo che si possa ipotizzare astrattivamente che si dia una significazione plurima. Infatti, assumendo il concetto di significazione con un’accezione allargata – nel senso in cui intendeva l’allargamento concettuale Dilthey – credo si possa arrivare ad ipotizzare una “significazione nel feto”, una “significazione nel neonato”, una “significazione nel bambino”, una “significazione nell’adulto”. Questa riflessione mi porta a pormi un ulteriore serie di problematizzazioni. Infatti posso io ri-guardare alla significazione nelle varie fasi evolutive essendo posizionato all’interno di quella dell’adulto? Oppure posso solo guardare ad esse dalla “postazione” in cui mi trovo? Se però non tengo ben presente questo situarsi non cado già sempre in un processo squisitamente positivista, fisiologista e con una deriva di tipo meccanicista? Non è proprio il concetto di ritorno che mi consente di ri-guardare a questa pluralità di significazioni con la consapevolezza di trovarsi in un preciso orizzonte di significazione? Io credo che il processo evolutivo e con esso le possibili significazioni siano irreversibili. Ossia non è possibile pensare ad un ritorno che non sia a partire da una posizione acquisita. Ciò significa che siamo già sempre all’interno di processi di mediazione continua. Non solo, ma proprio la dinamica del ritorno mi consente di ri-trovarmi a riflettere su ciò che è, che è stato e che sarà.
Ritorno al possibile percorso
Ritorniamo sull’io attraverso un ulteriore domanda. L’io come azione come agisce? Io credo si possa parlare di un io come significazione, ossia l’azione dell’io diviene proprio la significazione. Infatti l’io retroagendo su se stesso e sul materiale iletico sensibile costituisce i “contenitori vuoti”, ossia produce significazioni per la struttura iletica. Ora questo percorso non è mai immediato, ma sempre mediato dal darsi dell’io stesso. L’io diviene quindi sempre già mediatore, veicolo, possibilità di darsi di significazioni. Ciò implica che l’io è prima di tutto significazione, costituzione di un mondo di significati espliciti o impliciti (questa affermazione va ovviamente considerata a partire da un ampliamento concettuale dell’espressione significazioni). Proprio sulla scia di quest’ultima considerazione procedo facendo un ulteriore passo. Io amplio il concetto dell’aver luogo del linguaggio all’aver luogo della significazione. Questo agire ha una caratteristica fondamentale: l’irreversibilità. Non posso infatti più sperimentare in modo immediato ciò che colgo come “fuori” dal mio orizzonte di significazione. Ossia entro in un determinato tipo di significazione e posso ri-guardare ciò che mi sta intorno solo da quell’orizzonte in cui mi sono venuto a trovare. Questo però non deve far pensare ad un totale solipsismo, anzi è proprio sulla scorta di questa prospettiva che devo pensare alla possibilità di creare nuove rappresentazioni, nuove finzioni a partire dal luogo di significazione da cui mi trovo. In altre parole l’apparente vincolo, l’apparente limite diviene possibilità di apertura proprio perché differenziandosi apre a sempre nuove possibilità di significazione e quindi al darsi una comprensione sempre più complessa ed articolata. Possiamo quindi affermare che l’irreversibilità dei processi di significazione mostra il darsi di una differenza che è già sempre in opera proprio a partire dall’io stesso. [Tale sperimentazione della non piena corrispondenza può determinare processi di sofferenza.(?)] Quale lettura dobbiamo operare in questo passaggio? Ciò che ci sta di fronte è forse il dipanarsi di un orizzonte nichilistico in cui si apre l’abisso verso il nulla? La differenziazione è questo aprirsi del nulla? La significazione è forse uno sguardo che squarcia l’abisso del nulla? A mio avviso questa lettura rischia di riportarci lontano dalla riflessione che stavamo conducendo. Infatti questo percorso non può che condurci ad una nuova ri-oggettivazione metafisica che dall’essere si sposta verso un altro essere: l’esser-nulla. Qui mi guida la riflessione heideggeriana di Identità e differenza. Infatti in questo saggio si parla di un salto. Esso però – ci dice Heidegger – non salta verso l’abisso, verso una possibile assenza di fondamento, ma non salta in nessun posto, o meglio è un salto talmente strano che “ci consente di vedere la nostra incapacità di soffermarci in modo bastevole là dove propriamente già siamo.” Ma di che salto stiamo parlando? Credo proprio del salto sul posto. Ecco la differenziazione. Infatti il salto sul posto consente il darsi del movimento che ritorna su se stesso ma sempre dandosi come spostamento. Infatti non sarà mai possibile un saltello che ricada esattamente nello stesso posto. E’ chiaro che in questo passaggio l’immagine eraclitea del fiume ha un suo peso, ma la centratura che qui vorrei porre è nuovamente l’idea del ritorno, del ri-guardarsi come processo contaminante modificante se stesso e ciò che in questo viene coinvolto. In una prospettiva logico-formale si potrebbe dire che ci inoltriamo nei territori della tautologia, ma qui non si dà l’identico, l’A=A, ma proprio il processo di curvatura sul medesimo è il segno indelebile ed ineludibile di una frattura, di una fenditura insanabile che si dà nell’esperienza vitale. In questa prospettiva penso risulti estremamente comprensibile come mai pongo al centro di questo processo il concetto fondamentale e fondante del ritorno di cui parla Husserl. Noi infatti non avremo mai un accedere ad un’immediatezza, od originarietà primigenia, ma ci si darà sempre una possibilità di tornare su qualcosa a partire da un’alterità posizionale. Questa alterità posizionale si dà proprio a partire da quel ritorno che giace sulla prospettiva costitutivo-anticipante delineata all’inizio, a partire dalle riflessioni sulla Sintesi passiva. Seguendo queste riflessioni sulla differenziazione, sulla non immediatezza e sul continuo processo di ritorno mi sono imbattuto nelle analisi di E. Melandri, il quale affrontando la lettura della I Ricerca Logica fa un circostanziato excursus storico, in cui cerca di ricollocare il pensiero di Husserl. In esso si delineano quindi quei prodromi che sono stati le basi implicite ed esplicite della fenomenologia. Uno degli elementi costitutivi della riflessione viene individuato nella non trasparenza del linguaggio; ossia pensiero e linguaggio non sono mai completamente coincidenti. Questo assunto, che poggia sulla speculazione di uno dei maestri di Husserl, Bolzano, ci rimanda alla problematica di una dimensione di non coincidenza anche nell’ambito del linguaggio e del pensiero riconducendoci a quel problema del ritorno che abbiamo messo in evidenza precedentemente. Ma vi è di più, infatti questo elemento comparirà chiaramente anche nella VI meditazione cartesiana elaborata in collaborazione con l’allievo Fink e in quell’ambito di ricerca che andava sempre più chiarendosi come fenomenologia genetica. Ma la considerazione che credo sia importante fare qui è la seguente: che cos’è la non trasparenza? la non completa corrispondenza? Quale “nome” possiamo dare a questa differenziazione? Prima di tutto mi pare necessario riformulare questo domandare in questo modo: qual’è il processo che produce questo scarto? Io credo che sia proprio la significazione. Per tentare di dare ragione di tale affermazione utilizzerò un esempio tratto dal libro di L. Carroll, Alice nel paese della meraviglie. La protagonista del romanzo, mentre cade nella tana del coniglio, riempie il tempo della caduta con un monologo interiore. Ad un certo punto si chiede: “le gatte mangeranno le blatte?” Tale domanda diviene una sorta di mantra ipnotico ed Alice inizia ad avere sonno, gli occhi le si chiudono. A questo punto l’autore commenta questa situazione in modo paradigmatico riferendosi al valore di verità di questa domanda, infatti egli dice che non importa se ciò che viene detto da Alice sia vero o falso, ella infatti non sa se le gatte mangiano le blatte; tant’è che risulterebbe per lei legittima anche la frase “le blatte mangiano le gatte”. Cosa si nasconde quindi qui? Io credo si possa affermare che solo il processo di significazione ed il suo relativo accesso all’Ethos danno al linguaggio stesso curvature prospettiche. Allora il linguaggio assume il suo valore proprio attraverso il processo di significazione. In questo modo non possiamo che accorgerci come solo una non completa trasparenza e coincidenza sono la possibilità di insorgere di ogni orizzonte di significazione, o addirittura questa non coincidenza, questa non trasparenza sono la significazione stessa. Queste analisi hanno per me una notevole importanza perché credo diano anche una curvatura antropolgica. Infatti l’uomo non assume così una prosepttiva differente? Meglio, non è forse proprio a a partire da questo darsi dei processi di significazione come differenziazione che si dà quella viva umanità immersa nella dimensione dell’Ethos? Non è forse questo progressivo avere le significazioni ed avere il linguaggio che l’uomo si dà in quanto tale? Queste domande che si rivolgono ad un possibile sguardo antropologico si radicano sempre di nuovo nella dinamica del salto. Il salto che salta nello stesso posto, l’aurorale salto che manifesta il ritorno continuo sul medesimo ci ha introdotto in una differenziazione sempre in atto. Ora se ciò è vero questo ci fa sperimentare una duplicità strana che credo debba essere messa a fuoco. Da un lato noi ci troviamo sempre dianzi ad un limite che si dà anche come sofferenza per una non completa corrispondenza. Ma questo stesso limite viene da noi quotidianamente giocato, ossia si apre una dinamica di gioco in cui noi già sempre siamo e da cui non possiamo prescindere. Ecco che le significazioni si pongono proprio come continuo gioco limitato in cui noi già sempre siamo ed in cui sperimentiamo una possibile sofferenza come non coincidenza, non adeguatezza.

