Perdere il proprio io

29 09 2011

F. Jullien, in Parlare senza parole, scrive:

“Perdere il proprio io”, come suggerisce il taoista e come ciascuno di noi può fare in ogni istante nell’incontro diretto con il mondo, quindi nel momento in cui non si dispone più del mondo ma ci si rende disponibili a esso (non è forse questa la peculiarità dell’esperienza poetica?), diventa in effetti un’esperienza illimitatamente accessibile. (pag. 54)

Questo passaggio può rimandare al quadro di C. D. Friedrich, Monaco sulla spiaggia?

C. D. Friedrich, Monaco sulla spiaggia

C. D. Friedrich, Monaco sulla spiaggia





da “Il gioco come simbolo del mondo”

15 12 2009

L’uomo non è così integralmente uno con il proprio essere – come l’animale: l’uomo sta per così dire “di fronte” a se stesso (sottolineatura mia); egli non solo è nel tempo, ma si rapporta al tempo; nel presente egli sa del futuro, al culmine delle sue forze sa già del suo declino, in gioventù sa della vecchiaia, in vita sa della morte; noi non siamo “uni” come l’animale protetto dalla natura, noi facciamo l’esperienza della nostra caducità di fronte all’essere più sano degli animali.

E. Fink





Vita, visione e natura (Riegl, Goldstein, Merleau-Ponty)

23 11 2009

Si pubblica qui di seguito l’intervento di Manlio Iofrida alle Giornate di studio del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna dal titolo: Biologie Filosofiche. Vita e discorsi sulla vita fra ’800 e ’900. L’incontro ha avuto luogo il 12 e 13 novembre 2009

Vita, visione e natura (Riegl, Goldstein, Merleau-Ponty).

di Manlio Iofrida

Le nostre giornate affrontano il tema della vita da molteplici punti di vista e in significati assai vari, come già sapete. Io mi concentrerò in particolare su due aspetti: quello dello speciale legame che si verifica fra vita e visione e quello del significato del biologico, della biologia e, più in particolare, dell’animalità e della corporeità che emerge da tale legame vita-visione: qual è la natura dell’animale, ma, conseguentemente, anche, qual è la natura dell’uomo che emerge da una certa tradizione culturale e che oggi torna ad essere di attualità? Implicito, ma non secondario, nel discorso che farò, è un terzo aspetto su cui abbiamo voluto insistere in queste giornate: quello dello scambio, del rapporto di reciproco incrocio e anche di reciproco rispecchiamento che lega pensiero tedesco e pensiero francese. Naturalmente, mi concrentro su questi temi non per motivi puramente esegetici e filologici, ma perché penso che essi possano offrire degli appigli per pensare i problemi di questo nostro presente in cui le questioni della vita sono tanto dibattute, ma prevalentemente con un ritorno a categorie e impostazioni filosofiche tradizionali. Avverto infine che, per motivi di tempo, mi limiterò a parlare di Merleau-Ponty e Riegl, omettendo Goldstein, a differenza di quanto avevo annunciato nel titolo. Leggi il seguito di questo post »





Di una duplice fenditura – un appunto

5 11 2009
faglia

faglia o piegatura

Borromini - Sant'Ivo

concavo e convesso

Queste due immagini sono per me paradigmatiche. La prima (la chiesa di Sant’Ivo del Borromini) mostra come nell’architettura barocca si diano due elementi antitetici e coimplicantesi allo stesso tempo: concavità e convessità. Questi ultimi sono a tutti gli effetti coloro che plasmano e vengono plasmati dalla luce. Infatti, come è facilmente riscontrabile dall’immagine la luce si riflette in modo assolutamente opposto a seconda della tipologia di superficie che colpisce. Essi si danno in questa immagine in assoluta contiguità, ma generano già da sempre uno scarto, una fenditura. Ecco il senso della seconda immagine, la fenditura, qui rappresentata da una faglia. La terra qui si torce, si piega, è sottoposta a forze che la muovono continuamente facendola collassare su se stessa e producendo questa separazione, questo scontro. Come anticipato questi sono solo immagini che cercano di rendere in modo paradigmatico qualcos’altro. Infatti ciò che vorrei qui solo abbozzare è la possibilità di parlare riguardo ad una duplice fenditura. Quale? Quella che si dà, a nostro avviso, nel processo genealogico-evolutivo dell’uomo. L’uomo si connota come quasi tutte le specie animali per un processo evolutivo specie specifico. Tale percorso pare però essere caratterizzato da due elementi particolari, due fenditure. Infatti la fase neonatale è paradigmaticamente definita anche fase dell’infanzia, ossia di un periodo della vita in cui l’uomo è ancora privo del linguaggio, meglio, non è ancora entrato nel linguaggio. Nel momento in cui il linguaggio viene usato comunicativamente il bambino entra completamente in un altro orizzonte di significazione che è segnato da una fenditura insanabile con ciò che c’era prima. Tutto si modifica. Il suo approccio ora ha a che fare non più con la sperimentazione fonetica ma con l’Ethos. Il processo non termina qui, ma l’insorgere dell’io, che si percepisce come se stesso, spalanca la seconda fenditura. Ora si dà la possibilità di ri-guardare ciò che si è dato attraverso la possibilità del ritorno sul medesimo. Ecco quindi la duplice fenditura.





percezione/impressione, significazione

5 09 2009

Queste riflessioni iniziano direttamente da quelle sulla differenza/differenziazione. Il punto d’attacco di queste analisi è il seguente: percezione/impressione (nella loro accezione legata alla dimensione biologica) e suoi legami con la significazione. Come si connettono questi elementi che continuamente si coimplicano attraverso la funzione di ritorno? A mio avviso questo problema è di fondamentale importanza. Infatti l’insorgere del significato ha a che fare anche e soprattutto con la struttura evolutiva dell’uomo. Ma in che termini si può parlare di questo? Si può parlare di una significazione fetale? di una significazione neonatale? di una significazione del bambino? di una significazione dell’adulto? [significazione ed evuluzione: ulteriori considerazioni. Io posso ri-guardare alla significazione nelle varie fasi evolutive? Ossia posso davvero "portarmi" su una significazione che non sia la mia adesso? O posso solo guardare ad esse situandomi esclusivamente nelle posizione in cui mi trovo ora? Se non mantengo sempre viva questa considerazione non ricado forse già sempre in una prospettiva positivista ed oggettivista, che rende oggetto il significato e quindi in ultima istanza una posizione fisiologicista? Non è forse in una prospettiva di ritorno che acquisisce un senso la significazione evolutivamente concepita?] E’ chiaro che questa riflessione introduce già da sempre alla necessità di ri-definire il rapporto fra impressione e significato. Questo rapporto, a partire da un approccio fenomenologico, pare situarsi proprio nella struttura del ritorno. A questo punto possimo forse pensare di cogliere la differenziazione perché si genera in questo processo di ritorno o è la differenziazione stessa che implica il ritorno? A questo punto vediamo di individuare alcuni elementi che credo essere importanti: 1. immediatezza dell’impressione; 2. mediatezza della significazione. Possiamo spingerci ad identificare questa dinamica (perché non si dà mai assoluta distinzione, ma sempre coimplicazione) come ciò che rende sempre la percezione – dovremmo dire in modo forse più specifico l’appercezione – come una struttura di mediatezza? Può darsi la pura impressione/sensazione? Può darsi ciò come semplice fenomeno biologico? Questo domandare non rimanda forse sempre alla ri-definizione dell’orizzonte dell’animalità? Ipotizzando un movimento di questo tipo in cui ritorno e differenza risultano fondamentali ai fini di queste strutturazioni non ci si trova già da sempre rinviati all’orizzonte della temporalità, meglio della temporalizzazione? Come hanno a che fare i processi di significazione con la temporalizzazione?





Siamo tornati

16 11 2008

Si pubblica qui di seguito un’estratto dell’intervento del professore Manlio Iofrida sul tema Il soggetto della storia. La questione antropologica nell’età post-umanistica. Tenutosi il 24/10/2008 presso la Fondazione San Carlo di Modena. Il testo integrale è reperibile sul sito o nelle prossime pubblicazioni della Fondazione.

Il soggetto della storia.

La questione antropologica nell’età post-umanistica

Manlio Iofrida

3.

[...] La strada che divenne egemone negli anni 60, la soluzione strutturalistica o poststrutturalistica che dir si voglia, era l’unica disponibile? Non c’erano altri modelli, altre personalità filosofiche che proposero una soluzione differente allo stesso problema, che, lo ricordo per chiarezza, era quello di trovare, fra gli opposti e speculari prometeismi che animavano il progetto occidentale e quello sovietico, un’alternativa nuova, di leggere e cercare di orientare diversamente il grande cambiamento storico rappresentato dal neocapitalismo? Ce n’era, e da diverso tempo, più d’uno, ma chi lavorava proprio in quel periodo su questo terreno era Maurice Merleau-Ponty, che fu peraltro uno dei maggiori introduttori dello strutturalismo: il fatto che, come è noto, egli sia morto proprio nel 1961, quando stava impiegando tutte le sue energie in questo progetto, aggiunge una nota tragica alla storia che stiamo ripercorrendo e tanto più mi preme sottolinearlo poiché ricorre quest’anno il centenario della sua nascita. Leggi il seguito di questo post »





Le esperienze

17 04 2008

Premessa

Quando ho iniziato a riflettere per scrivere questo testo, immediatamente mi si è fatta innanzi un’immagine: le stratigrafie rocciose. Ho così iniziato il lavoro, non riflettendo su quello che avrei voluto scrivere, ma cercando delle immagini che rendessero questo incipit. Ovviamente internet, da vera e propria “miniera” d’immagini qual è, mi ha consentito di recuperarne tantissime, di queste ne ho inserito qui solo alcune che mi parevano rendessero meglio il processo di significazione che avevo in mente.

Perché questa immagine? L’idea nasceva da questa riflessione: quando penso all’esperienza/e (ma come già chiarito preferisco qui l’utilizzo del termine al plurale, per cui parlerò e intenderò da questo momento non di esperienza, ma di esperienze) credo si possa tentare di descriverle utilizzando la metafora delle stratigrafie rocciose. Leggi il seguito di questo post »





La voce e il linguaggio

7 04 2008

Per una riflessione sul concetto di esperienza

Solo se il linguaggio non è la voce dell’uomo si apre per l’uomo la possibilità dell’esperienza. Esperienza, infatti, non è il semplice accadere di eventi materiali o biologici, ma un accadere tutto particolare di eventi, materialmente e biologicamente fondati, che trovano nell’uomo la loro condizione di possibilità. Leggi il seguito di questo post »





Percezioni, esperienze

21 03 2008

Io credo che le percezioni e le esperienze siano proprio nella pluralità, la quale significativamente ne fa emergere il senso nel loro darsi. Infatti, ogni qual volta io enuncio questi termini nella forma singolare (la percezione, l’esperienza) introduco già un processo induttivo di tipizzazione che mi rimanda ad una struttura categoriale in grado di comunicarmi qualcosa che si è già allontanato dalle esperienze pragmatiche che consideriamo immediate (ciò, lo vedremo, non vuol certo essere il tentativo di rinviare ad una fantomatica esperienza originaria ed immediata, ma in questa disamina preliminare è importante porre questa distinzione). Leggi il seguito di questo post »





Soglie delle percezioni

16 03 2008

Io credo che anche quando siamo impegnati nella riflessione speculativa più astratta, ciò avviene sempre a partire dal nostro corpo, dal nostro situarci in uno spazio ed in un tempo (mi riferisco qui anche alla riflessione di J. Searle); va da sé che mi ponga nella prospettiva di un fondamento biologico della vita a cui dobbiamo guardare e che dobbiamo preventivamente interrogare. Leggi il seguito di questo post »








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