Inferire: Wittgenstein muove una critica serrata all’inferenza intesa come processo mentale, riconducendolo ad una grammatica. Questa prospettiva dovrebbe, a mio avviso, essere colta nella sua paradigmaticità. Infatti ciò che si mostra è questo continuo e progressivo distanziamento – meglio processo di differenziazione – fra il linguaggio e la realtà, la cosa. Wittgenstein nel §6 scrive che nell’inferenza
il trapasso consiste solo nel fatto che si pronunciano espressioni come “dunque”, “di qui segue…” etc. (pag. 9)
Nel §7 aggiunge:
Non è forse vero che ogni cosa può essere derivata da ogni altra cosa per mezzo di una qualche regola – per mezzo di ogni regola, cioé, a cui sia stata data un’interpretazione appropriata? (pag. 9)
Si puntualizza, qui sempre e di nuovo, che l’inferenza non è un prodotto di un qualsivoglia processo mentale, ma un gioco normato a cui giochiamo. Questo elemento è strettamente connesso con la determinazione di un linguaggio completamente immanente. Bisogna però forse fare un po’ di chiarezza. Il mentale non è il biologico. Dico questo perché non credo sarebbe comprensibile la curvatura della riflessione di Wittgenstein sulle forma di vita, se non avessimo chiaro che quando si dice che ‘inferenza non è un processo mentale, non significa assolutamente che essa non si sviluppi in una forma di vita, in un bios. Ciò che qui si tenta di mettere sotto scacco è il processo di causa-effetto che vedrebbe – in questo caso l’inferenza – discendere direttamente da una configurazione mentale. In altre parole, a partire dal riconoscimento della non esistenza di un’ontologia sottostante il linguaggio, l’inferenza diviene quel tipo di gioco paragonabile ad una “convenzione”, ad un “uso”, forse a “bisogni pratici”. Allora l’inferenza è qualcosa che impariamo (non è forse proprio grazie a questo processo di differenziazione fra linguaggio e realtà che possiamo pensare di imaparare l’inferenza?). Nel §11 Wittgenstein scrive:
Come impariamo, allora, l’inferire? O non l’impariamo affatto? Il bambino sa che dalla doppia negazione segue l’affermazione? – E come lo si convince di questo? Mostrandogli un procedimento che possa assumere ad immagine della negazione (una doppia inversione, due rotazioni di 180° ciascuna, e via discorrendo (pag. 11)
Questi elementi inducono ad un’ulteriore riflessione: la dimensione “valvolare” del linguaggio. Infatti, una volta che il bambino vi è entrato, ha imparato una serie di giochi, non può più uscirne ed il suo mondo, come il mio in questo momento, è quello del linguaggio. In questo entrare, però, vi è qualcosa di particolare: il mostrarsi di una differenziazione, che è sempre coimplicazione e continua contaminazione (in una prospettiva che vuole rimandare alla struttura fondante della riflessione cinese) di ciò che chiamiamo natura e cultura (volutamente ho usato qui l’espressione “chiamaiamo”, perché stiamo facendo un gioco, stiamo condividendo una grammatica). Tutto questo si mostra proprio grazie e nel linguaggio, nello stesso mostrarsi di quest’ultimo e mostrarsi completamente privo di un qualsivoglia fondamento ontologico. Questa riflessione, credo si possa collegare con un’espressione di Wittgenstein che chiarisce ancor meglio il senso. Egli scrive nel §12:
E quello che diciamo serve solo a mostrarci come reagiamo con le parole. (pag. 12)