L’io come azione (una riflessione)

26 04 2009

E. Fink

E. Fink

A partire dalla domanda che mi hai posto venerdì sull’io e sul sé, ho cominciato a riflettere sulle possibili implicazioni. Infatti il problema risulta essere assolutamente intrigante e, credo, denso di implicazioni. Così ho provato a sintetizzare alcuni pensieri e domande che ti giro.

Non è forse proprio a partire dall’affermazione che l’io è un’azione che si deve ri-cominciare a pensare l’io? Non è da questa ipotesi (cambiamento di prospettiva) che si deve ri-pensare la non transitività del sé? Se l’io non è più un oggetto, ma agente soggettività, non è proprio a partire da qui che si deve ri-cominciare a tematizzare la soggettività? A me non pare che nella fenomenologia questo venga rimosso o che si vada nella direzione della rimozione della soggettività e dell’io (credo che lo strrutturalismo – o almeno una parte di esso – abbia fatto questo), non credo che l’io sia perso o marginalizzato, anzi la sua trasformazione in azione diviene il punto nevralgico della riflessione fenomenolgica. Il problema non potrebbe essere spostato? Infatti se l’io è un azione possiamo ancora domandarci chi compie questa azione? Chi è che opera riduttivamente? O forse sarà necessario andare nella direzione del come ciò accada? Questo come non è però più esclusione della problematica dell’io, ma ri-proposizione attraverso il suo porsi come azione e non più come ente.

Potrebbe esserci utile questo passaggio per ri-pensare questa tematica?

“Noi riconosciamo, per esempio, che l’indipendenza dell’ente dall’esperienza, il suo esser-ci-già-prima, in altre parole: il suo “essere in sé” è già dazione di senso della coscienza esperiente; (sottolineatura mia) che la costituzione non è solo costituzione nell’atto momentaneo, ma che nella costituzione attuale è sempre cofungente una coscienza potenziale e sedimentata in habitus, proprio nella quale si edifica e si è edificato costitutivamente l’”essere in sé” dell’oggetto, la sua indipendenza d’essere dalla percezione attuale”

E. Fink, VI Meditazione Cartesiana, §6



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2 risposte

28 04 2009
moietta

Due brevissime considerazioni che richiedono un ulteriore approfondimento.

1) Giusto dire che l’io è un atto e quindi la domanda sul “chi” può apparire fuori luogo.
Se questo io è un atto però farà tante cose, sarà demiurgo di una serie di esiti fra i quali possiamo annoverare la produzione di un io come unità psicofisica, come unità della mia persona.
Questo io parsonale, questo io residuo o resto, questo io che definisce i contorni della mia persona, non può essere un innominato o essere liquidato come “mistero”.

2) L’io sarà anche un atto, rimane però il fatto che è un paradosso, che va interrogato, “dire” che l’io è un atto.

28 04 2009
arampl

Relativamente al primo punto concordo pienamente. Esso non può essere né un innominato, né, tanto meno, essere liquidato come mistero o enigma. Non credi però che l’approccio metodologico possa preliminarmente aprire una strada per tentare la ri-proposizione del problema a partire da un’altra prospettiva? Non può essere la descrizione (linguistica?) un elemento dis-velante?

Per ciò che cocnerne il secondo punto non è proprio la possibilità linguistica della descrizione una modalità (metodologia?) d’interrogazione, di “dire” l’io agendolo nel darsi linguistico?

Non so quanto sia riuscito ad essere chiaro in questi passaggi, ma al momento mi pare che la fenomenologia, meglio il fenomenologizzare – come scrive Fink – sia una possibilità d’apertura, uno squarcio di possibilità sul problema dell’io. Cosa ne pensi?

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