
E. Fink
A partire dalla domanda che mi hai posto venerdì sull’io e sul sé, ho cominciato a riflettere sulle possibili implicazioni. Infatti il problema risulta essere assolutamente intrigante e, credo, denso di implicazioni. Così ho provato a sintetizzare alcuni pensieri e domande che ti giro.
Non è forse proprio a partire dall’affermazione che l’io è un’azione che si deve ri-cominciare a pensare l’io? Non è da questa ipotesi (cambiamento di prospettiva) che si deve ri-pensare la non transitività del sé? Se l’io non è più un oggetto, ma agente soggettività, non è proprio a partire da qui che si deve ri-cominciare a tematizzare la soggettività? A me non pare che nella fenomenologia questo venga rimosso o che si vada nella direzione della rimozione della soggettività e dell’io (credo che lo strrutturalismo – o almeno una parte di esso – abbia fatto questo), non credo che l’io sia perso o marginalizzato, anzi la sua trasformazione in azione diviene il punto nevralgico della riflessione fenomenolgica. Il problema non potrebbe essere spostato? Infatti se l’io è un azione possiamo ancora domandarci chi compie questa azione? Chi è che opera riduttivamente? O forse sarà necessario andare nella direzione del come ciò accada? Questo come non è però più esclusione della problematica dell’io, ma ri-proposizione attraverso il suo porsi come azione e non più come ente.
Potrebbe esserci utile questo passaggio per ri-pensare questa tematica?
“Noi riconosciamo, per esempio, che l’indipendenza dell’ente dall’esperienza, il suo esser-ci-già-prima, in altre parole: il suo “essere in sé” è già dazione di senso della coscienza esperiente; (sottolineatura mia) che la costituzione non è solo costituzione nell’atto momentaneo, ma che nella costituzione attuale è sempre cofungente una coscienza potenziale e sedimentata in habitus, proprio nella quale si edifica e si è edificato costitutivamente l’”essere in sé” dell’oggetto, la sua indipendenza d’essere dalla percezione attuale”
E. Fink, VI Meditazione Cartesiana, §6