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	<title>Commenti a: Cosa intendiamo&#8230;?</title>
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	<description>Diario di un confronto</description>
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		<title>Di: moietta</title>
		<link>http://aracnephilo.wordpress.com/2008/05/16/30/#comment-22</link>
		<dc:creator>moietta</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 May 2008 07:54:36 +0000</pubDate>
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		<description>&quot;E&#039; allora lecito pensare alla esperienza come a ciò che caratterizza quelle circostanze della vita nelle quali ci è sempre possibile conservare la speranza di un soccorso, una parola, una mano, un gesto, che venga in nostro soccorso, cioè tutte quelle condizioni nelle quali possiamo coltivare ancora l&#039;idea di non essere abbandonati. Al contrario di una condizione di abbandono totale non può esserci alcuna esperienza.&quot;

Caro Enzo, hai di fatto delineato con grande efficacia (e anche angosciante, che tu lo volessi o no) la cesura radicale che separa la vita dalla morte... che però si sconta già mentre si vive! 
L&#039;esperienza della vita - se così si può dire - è l&#039;esperienza di una privazione che ci si illude di superare andando continuamente alla ricerca di qualcosa o qualcuno che ci tolga da questa condizione di precarietà, di incompletezza... insomma, di bisogno. Quindi l&#039;esperienza, nella sua essenza, coincide con la vita... la quale pertanto, paradossalmente, è però anche esperienza della sua negazione, cioè della morte, non essendo mai in grado di &#039;reggersi&#039; da sola, senza quell&#039; &#039;altro da sé&#039; che è indispensabile per vivere, per fare esperienza.
In questo quadro la violenza - che può manifestarsi in vari modi... il più subdolo dei quali è costituito dal &#039;fare comunque qualcosa, altrimenti non si vive&#039;, e che comunque è sempre la violenza che colpisce l&#039;individuo, il singolo, non il gruppo o la specie - è in sostanza le violenza stessa della vita.
L&#039;esperienza è pertanto possibile solo se si entra in rapporto con l&#039;altro, ma nello stesso tempo è anche dipedenza dall&#039;altro, ciò che porta l&#039;individuo a confliggere con se stesso... perché la sopravvivenza della specie è possibile (fin che è possibile) annullando l&#039;individuo che vive veramente solo come individuo (è l&#039;individuo che nasce e muore, non la specie) costringendolo a vivere &#039;con&#039; e &#039;per&#039; gli altri individui.
L&#039;esperienza dei campi di sterminio, nella sua spaventosa commistione di arcaicità e modernità, è l&#039;ultima (nel senso che la prossima comporterà la fine  della specie, e quindi di ogni esperienza) manifestazione di questa strutturale ambivalenza dell&#039;esperienza. Cioè della vita.
&#039;Scriverne&#039;, proprio perché fatto con l&#039;estrema consapevolezza di questa ambivalenza, e proprio perché è riuscito a &#039;comunicarla&#039; - da grande scrittore quale era - prima a se stesso che agli altri, non è servita a Primo Levi (a mio parere uno dei più autentici testimoni di questo nostro tempo) per sopravvivere.
Se si vuole costruire un qualche futuro meno alienato per chi verrà dopo di noi (ma intanto per noi, &#039;pensando&#039; la vita come modo per non farsene travolgere), è da questa consapevolezza che bisogna partire.
Ciao
Bruno</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;E&#8217; allora lecito pensare alla esperienza come a ciò che caratterizza quelle circostanze della vita nelle quali ci è sempre possibile conservare la speranza di un soccorso, una parola, una mano, un gesto, che venga in nostro soccorso, cioè tutte quelle condizioni nelle quali possiamo coltivare ancora l&#8217;idea di non essere abbandonati. Al contrario di una condizione di abbandono totale non può esserci alcuna esperienza.&#8221;</p>
<p>Caro Enzo, hai di fatto delineato con grande efficacia (e anche angosciante, che tu lo volessi o no) la cesura radicale che separa la vita dalla morte&#8230; che però si sconta già mentre si vive!<br />
L&#8217;esperienza della vita &#8211; se così si può dire &#8211; è l&#8217;esperienza di una privazione che ci si illude di superare andando continuamente alla ricerca di qualcosa o qualcuno che ci tolga da questa condizione di precarietà, di incompletezza&#8230; insomma, di bisogno. Quindi l&#8217;esperienza, nella sua essenza, coincide con la vita&#8230; la quale pertanto, paradossalmente, è però anche esperienza della sua negazione, cioè della morte, non essendo mai in grado di &#8216;reggersi&#8217; da sola, senza quell&#8217; &#8216;altro da sé&#8217; che è indispensabile per vivere, per fare esperienza.<br />
In questo quadro la violenza &#8211; che può manifestarsi in vari modi&#8230; il più subdolo dei quali è costituito dal &#8216;fare comunque qualcosa, altrimenti non si vive&#8217;, e che comunque è sempre la violenza che colpisce l&#8217;individuo, il singolo, non il gruppo o la specie &#8211; è in sostanza le violenza stessa della vita.<br />
L&#8217;esperienza è pertanto possibile solo se si entra in rapporto con l&#8217;altro, ma nello stesso tempo è anche dipedenza dall&#8217;altro, ciò che porta l&#8217;individuo a confliggere con se stesso&#8230; perché la sopravvivenza della specie è possibile (fin che è possibile) annullando l&#8217;individuo che vive veramente solo come individuo (è l&#8217;individuo che nasce e muore, non la specie) costringendolo a vivere &#8216;con&#8217; e &#8216;per&#8217; gli altri individui.<br />
L&#8217;esperienza dei campi di sterminio, nella sua spaventosa commistione di arcaicità e modernità, è l&#8217;ultima (nel senso che la prossima comporterà la fine  della specie, e quindi di ogni esperienza) manifestazione di questa strutturale ambivalenza dell&#8217;esperienza. Cioè della vita.<br />
&#8216;Scriverne&#8217;, proprio perché fatto con l&#8217;estrema consapevolezza di questa ambivalenza, e proprio perché è riuscito a &#8216;comunicarla&#8217; &#8211; da grande scrittore quale era &#8211; prima a se stesso che agli altri, non è servita a Primo Levi (a mio parere uno dei più autentici testimoni di questo nostro tempo) per sopravvivere.<br />
Se si vuole costruire un qualche futuro meno alienato per chi verrà dopo di noi (ma intanto per noi, &#8216;pensando&#8217; la vita come modo per non farsene travolgere), è da questa consapevolezza che bisogna partire.<br />
Ciao<br />
Bruno</p>
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	<item>
		<title>Di: arampl</title>
		<link>http://aracnephilo.wordpress.com/2008/05/16/30/#comment-21</link>
		<dc:creator>arampl</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 May 2008 10:31:43 +0000</pubDate>
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		<description>Considerazione: che legame c&#039;è a tua avviso fra la dimensione delle esperienze, delle descrizioni delle esperienze e dell&#039;evento inteso nella sua accezione di &lt;i&gt;ereignis&lt;i&gt;?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Considerazione: che legame c&#8217;è a tua avviso fra la dimensione delle esperienze, delle descrizioni delle esperienze e dell&#8217;evento inteso nella sua accezione di <i>ereignis</i><i>?</i></p>
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