Cosa intendiamo…?

16 05 2008

Cosa intendiamo…?

Potrebbe apparire paradossale ma ogni domanda sull’esperienza mi porta sempre più lontano da una ricerca, che pure sembrerebbe ovvia, di dati oggettivi.

Sicchè mi pare opportuna non tanto la domanda: cos’è l’esperienza?, quanto quella: cosa intendo precisamente quando parlo di esperienza?, oppure: dove posso incontrare, e in quali circostanze, qualcosa che è lecito definire esperienza?

Jean Améry nel suo Un intellettuale ad Auschwitz, racconta della sua esperienza di tortura dopo l’arresto da parte delle SS.

La tortura, vera chiave di volta del regime poliziesco nazista, è la violazione di un confine, del confine del mio corpo. Nella tortura, come in uno stupro, l’altro mi impone la sua corporeità.

Il mio corpo, come dato puramente fisico, esiste in quanto ha dei confini che quotidianamente sperimento e che gli altri mi riconoscono; nella tortura tutto questo salta. In quelle circostanze si sperimenta l’abisso senza fondo: i confini del corpo sono stati infranti, inizia un precipizio che potrebbe avere termine solo con la morte.

Se mettiamo da parte per il momento il dolore fisico la situazione, nella tortura, rispetto alle normali condizioni di vita è radicalmente trasformata dalla certezza che nessuno può venirti in aiuto.

Secondo Améry, infatti, la normale condizione umana è caratterizzata proprio dalla certezza, o anche solo dalla speranza, che anche nelle circostanze più drammatiche qualcuno può soccorrerci.

La speranza di soccorso, la certezza del soccorso è effettivamente una delle acquisizioni fondamentali dell’essere umano e a quanto pare anche dell’animale…Il primo pugno sferrato dalla polizia, invece, contro il quale non può esservi possibilità di difesa e che nessuna mano soccorritrice potrà parare, pone fine ad una parte della nostra vita che non potrà mai più essere ridestata (pag. 63). Fine, in quella condizione, di ogni possibilità di esperienza.

Forse per questo i reduci dai campi di concentramento hanno conservato per lunghi anni il silenzio rispetto a quegli avvenimenti: non avevano nulla da raccontare perché non avevano potuto farne esperienza.

E’ allora lecito pensare alla esperienza come a ciò che caratterizza quelle circostanze della vita nelle quali ci è sempre possibile conservare la speranza di un soccorso; una parola, una mano, un gesto che venga in nostro soccorso; cioè tutte quelle condizioni nelle quali possiamo coltivare ancora l’idea di non essere abbandonati. Al contrario di una condizione di abbandono totale non può esserci alcuna esperienza.

Un poeta tedesco, Alfred Mombert, nel 1941 si trovava internato nel campo di Gurs, nella Francia meridionale. In quella condizione scrive ad un amico ( e la scrittura è ancora speranza di soccorso) una lettera nella quale Améry individua una evidente contraddizione fra la parte iniziale e quella finale.

Tutto scivola via da me, come una forte pioggia……………

Chissà se a un altro poeta tedesco è mai successo qualcosa di simile?

Non si può negare, dice Améry, che tutto scivoli via come una pioggia, ma proprio per questa ragione non capisce come Mombert, nella parte finale, possa ancora definirsi un poeta tedesco.

E questo per la ragione che poeta tedesco può essere solo colui che non solo compone in tedesco, ma per i tedeschi, per loro esplicito desiderio.

E Améry continua: A ripudiare questo uomo anziano fu la mano che non si levò in sua difesa. I lettori di un tempo che non protestarono contro la sua deportazione, annullarono i suoi versi (pag. 101).

Quando non c’è più una mano soccorrevole o un lettore soccorrevole allora anche la scrittura poetica esce da ogni possibilità di esperienza e precipita nell’abisso senza fondo.

Deleuze lo ricordava: si scrive sempre per gli altri; cioè si scrive sempre nella speranza di un soccorso, nella certezza dell’esperienza.


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2 risposte

16 05 2008
arampl

Considerazione: che legame c’è a tua avviso fra la dimensione delle esperienze, delle descrizioni delle esperienze e dell’evento inteso nella sua accezione di ereignis?

17 05 2008
moietta

“E’ allora lecito pensare alla esperienza come a ciò che caratterizza quelle circostanze della vita nelle quali ci è sempre possibile conservare la speranza di un soccorso, una parola, una mano, un gesto, che venga in nostro soccorso, cioè tutte quelle condizioni nelle quali possiamo coltivare ancora l’idea di non essere abbandonati. Al contrario di una condizione di abbandono totale non può esserci alcuna esperienza.”

Caro Enzo, hai di fatto delineato con grande efficacia (e anche angosciante, che tu lo volessi o no) la cesura radicale che separa la vita dalla morte… che però si sconta già mentre si vive!
L’esperienza della vita – se così si può dire – è l’esperienza di una privazione che ci si illude di superare andando continuamente alla ricerca di qualcosa o qualcuno che ci tolga da questa condizione di precarietà, di incompletezza… insomma, di bisogno. Quindi l’esperienza, nella sua essenza, coincide con la vita… la quale pertanto, paradossalmente, è però anche esperienza della sua negazione, cioè della morte, non essendo mai in grado di ‘reggersi’ da sola, senza quell’ ‘altro da sé’ che è indispensabile per vivere, per fare esperienza.
In questo quadro la violenza – che può manifestarsi in vari modi… il più subdolo dei quali è costituito dal ‘fare comunque qualcosa, altrimenti non si vive’, e che comunque è sempre la violenza che colpisce l’individuo, il singolo, non il gruppo o la specie – è in sostanza le violenza stessa della vita.
L’esperienza è pertanto possibile solo se si entra in rapporto con l’altro, ma nello stesso tempo è anche dipedenza dall’altro, ciò che porta l’individuo a confliggere con se stesso… perché la sopravvivenza della specie è possibile (fin che è possibile) annullando l’individuo che vive veramente solo come individuo (è l’individuo che nasce e muore, non la specie) costringendolo a vivere ‘con’ e ‘per’ gli altri individui.
L’esperienza dei campi di sterminio, nella sua spaventosa commistione di arcaicità e modernità, è l’ultima (nel senso che la prossima comporterà la fine della specie, e quindi di ogni esperienza) manifestazione di questa strutturale ambivalenza dell’esperienza. Cioè della vita.
‘Scriverne’, proprio perché fatto con l’estrema consapevolezza di questa ambivalenza, e proprio perché è riuscito a ‘comunicarla’ – da grande scrittore quale era – prima a se stesso che agli altri, non è servita a Primo Levi (a mio parere uno dei più autentici testimoni di questo nostro tempo) per sopravvivere.
Se si vuole costruire un qualche futuro meno alienato per chi verrà dopo di noi (ma intanto per noi, ‘pensando’ la vita come modo per non farsene travolgere), è da questa consapevolezza che bisogna partire.
Ciao
Bruno

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