Le esperienze

17 04 2008

Premessa

Quando ho iniziato a riflettere per scrivere questo testo, immediatamente mi si è fatta innanzi un’immagine: le stratigrafie rocciose. Ho così iniziato il lavoro, non riflettendo su quello che avrei voluto scrivere, ma cercando delle immagini che rendessero questo incipit. Ovviamente internet, da vera e propria “miniera” d’immagini qual è, mi ha consentito di recuperarne tantissime, di queste ne ho inserito qui solo alcune che mi parevano rendessero meglio il processo di significazione che avevo in mente.

Perché questa immagine? L’idea nasceva da questa riflessione: quando penso all’esperienza/e (ma come già chiarito preferisco qui l’utilizzo del termine al plurale, per cui parlerò e intenderò da questo momento non di esperienza, ma di esperienze) credo si possa tentare di descriverle utilizzando la metafora delle stratigrafie rocciose. Infatti, questo fenomeno che ha una matrice profondamente “evolutiva”, è il processo che dà forma al mondo come lo conosciamo, ma anche porta in sé incise in modo indelebile tutte le tracce del “come era”. Non solo, ma in esso possiamo cogliere a posteriori tutte quelle forze che hanno agito sul mondo stesso e lo hanno plasmato. Questi segni hanno poi un’ulteriore caratterizzazione: anticipano sempre qualcosa. Penso ovviamente ad una zona come la faglia di S. Andrea dove la rottura è anticipazione di una separazione che accadrà. Ecco che quest’immagine è così divenuta descrizione metaforica di quei due elementi fondamentali che mi pare costituiscano le esperienze: la dimensione dell’anticipazione e quella del ritardo, del differimento.

Prima di chiarire questi due elementi è indispensabile che io dichiari però due presupposti fondamentali che indichino con chiarezza che “gioco” sto giocando, o meglio vorrei giocare.

  1. Ciò che sto scrivendo e che chiunque in possesso delle capacità di decodifica della lingua italiana può leggere, si basa sul presupposto che vi sia una lingua italiana che si possa scrivere e leggere; tutto ciò che dirò qui, sta quindi dentro a questo gioco del linguaggio, il quale può anche essere evocativo di esperienze ma non-è le esperienze; meglio esso è una modalità di darsi delle esperienze ma in esso queste ultime non si esauriscono.

  2. Se devo con chiarezza indicare il gioco linguistico che sto giocando, è altrettanto indispensabile che questo avvenga a partire dalla considerazione che per me ogni riflessione, anche la più astratta non può prescindere dalla biologia da cui si dà. In altre parole il gioco linguistico ha un fondamento nella biologia stessa (nella forma di vita) che ne diviene la base necessaria ma non sufficiente.

Esperienze e anticipazione

Quando lego questi due elementi lo faccio a partire da una considerazione squisitamente biologica. Rizzolatti e Gallese in diversi interventi pubblici hanno sottolineato che la base dell’empatia e quindi delle percezioni sulle quali noi costruiamo l’alterità e la “mondità” sono dei gruppi specifici di neuroni: i cosiddetti neuroni specchio. Ora qui non mi interessa tanto analizzarne specifiche qualità – aspetto che non mi compete – ma mettere in evidenza una considerazione squisitamente biologica e fortemente rivelativa. Questi neuroni vengono considerati intenzionali perché scaricano anticipatamente rispetto all’azione che si va compiendo. Mi spiego meglio: quando voglio afferrare un oggetto con la mano i neuroni specchio motori scaricano con un anticipo temporale sull’azione che dovrò compiere, quindi, in altri termini anticipano l’azione, o meglio, la “pre-figurano” biologicamente. Questo pare consegnarci la possibilità delle esperienze. Questa affermazione apre una duplicità: da un lato la dimensione della libertà creatrice che si dà proprio nella possibilità non univoca di ciò che può e non può darsi; dall’altro è proprio la modalità in cui si dà questa possibilità che ci permette di parlare delle percezioni e delle esperienze, ossia tutto ciò che sto dicendo, tutte le esperienze che mi si danno si basano su una biologia specie-specifica nella quale già sempre siamo fin dalla nostra nascita (parafrasando Wittgenstein si può davvero dire che possiamo andare dove vogliamo ma questo andare dove vogliamo è a partire da quei binari nei quali noi siamo già da sempre).

Quindi, tornando alla problematica posta, credo si possa dire che le esperienze biologicamente innervate in un organismo abbiano la caratteristica di anticipare, grazie alla funzionalità strutturale dei neuroni a specchio, cronologicamente, l’evento che si dà all’interno di questa anticipazione, la quale a sua volta diviene possibilità stessa del darsi evenemenziale ma all’interno di in uno spettro di possibilità. Le esperienze hanno quindi questa anticipazione fondante che pur essendo biologicamente determinata è a sua volta possibilità e non vincolo meccanicistico.

Esperienze e ritardo o differimento

La dimensione cronologica dell’anticipazione non può che porsi in funzione di un’aspettazione. Ossia tutta la dimensione biologico-percettiva si orienta all’interno di un processo che è fondamentalmente dinamico e si distende fra un’attività creativa/aspettativa ed una passività ricettiva all’interno di un orizzonte ergonomicamente determinato (forma di vita). Ora in questo processo appare evidente come la cronologia, o meglio ancora la genealogia, risultino fondamentali. Infatti se è il processo dinamico ad essere fondamentale è altrettanto chiaro che proprio un distendersi nel tempo in modo genealogico non potrà che risultare assolutamente fondamentale e fondante. Ecco che le esperienze, da un lato anticipano la dimensione percettiva, ma a sua volta, proprio questa dimensione diviene lo spazio dell’insorgere delle esperienze.

Vediamo di tentare di chiarire questo passaggio usando un esempio. Il bambino che non è ancora entrato nel linguaggio, ma che è in grado di stare seduto su un seggiolone ed ha dinanzi a sé un oggetto dirige il suo atto motorio all’afferramento dell’oggetto esercitando quell’anticipazione esperienziale di cui abbiamo parlato in precedenza. A questo punto si ingenera una dinamica relazionale fra il bambino e l’oggetto che è ergonomica. Il bambino, ad un certo punto, scaglia a terra il gioco. A questo punto si ha una reazione di ricerca dell’oggetto e di richiesta d’aiuto all’adulto per ottenere nuovamente il possesso dell’oggetto. Una volta raggiunto questo scopo il bambino inizia nuovamente a ripetere il gesto poc’anzi descritto. Ciò può avvenire in modo quasi ossessivo per periodi di tempo abbastanza lunghi (o che almeno al mondo dell’adulto paiono veramente interminabili). Ad un tratto il bambino si disinteressa a quello che fino a quel momento è stato il fulcro del suo interesse d’azione. Cosa è avvenuto? E’ semplicemente cambiata l’attenzione o possiamo pensare si siano prodotte una serie di acquisizioni che rimandano ad un processamento d’informazioni che portano il bambino a porsi nella condizione di colui che avendo il linguaggio può dire “io so con certezza che…”? Credo che in questo passaggio si possa rintracciare uno dei possibili momenti dell’emergere delle esperienze come ritardo, come differimento. La dimensione percettiva non si esaurisce. Essa pare divenire la “porta di Duchamp”. Ossia questa “porta” si dà come contemporaneamente aperta e chiusa nello spazio delle esperienze. Esse emergono temporalmente nella sedimentazione e proprio questo essere sedimento, ritardo, differimento le rende la possibilità di strutturare il mondo come possibilità d’essere e non solo e semplicemente come essere. Si potrebbe anzi dire che proprio questo passaggio pone in scacco qualsiasi ontologia. L’essere non è più qualcosa, ma si pone come azione ed in questo si compie l’allontanamento dall’ontologia di matrice metafisica.

La sedimentazione progressiva connessa con la continua anticipazione ci permette di procedere su un percorso che è continua ridefinizione di una possibile grammatica del mondo. Ad un tratto il bambino opera però uno scarto evolutivo: entra nel linguaggio. Questo entrare è il passo che dobbiamo compiere per riuscire ad entrare nella de-oggettivazione dell’esperienza, cioè riuscire ad allontanarci da essa per poterla davvero guardare “dritta negli occhi”.

Seguendo questa riflessione si delinea una prima indicazione di tipo didascalico e mai ontologico: la distinzione fra una dimensione percettiva e le esperienze. Questa credo possa essere indicata sulla base di una prima considerazione preliminare: le percezioni paiono avere a che fare con una presenza puntuale (sono qui e ora); le esperienze che ne deriverebbero si distendono proprio fra una dimensione anticipante ed un continuo ritardo e differimento. Solo però questa possibilità ci consente realisticamente di uscire da una dimensione puramente meccanicista e determinista. Infatti la puntualità della presenza che si dà come dato ergonomico si pone solo a partire da un’anticipazione che è spettro di possibilità d’azione del soggetto e ritardo/differimento che si dà come possibilità interpretativa sulla quale si apre la possibilità continuamente altra di costruzione di significazioni.

La continua sedimentazione forma il mondo. Ecco di nuovo l’immagine posta in apertura.

Il bambino entra nel linguaggio. Ma come vi entra? Vi viene trascinato da un processo di significazione nel quale egli vive dalla sua nascita.

Più entro nel linguaggio, più le esperienze divengono elaborati del ritardo, del differimento. Non solo, ma esse assumono sempre di più un significato produttivo nella mia costruzione di un mondo possibile. Contemporaneamente, però ciò che devo avere sempre più chiaro è la mia lontananza, il mio allontanarmi da un’immediatezza che anticipatamente scivola nel differimento. Non è però forse solo la possibilità di allontanarsi che mi permette di vedere con una certa chiarezza? Infatti, come posso vedere gli occhiali che porto se non li tolgo dal mio viso? Come posso vedermi se non mi distanzio attraverso l’immagine allo specchio? Se queste acquisizioni possono avere una qualche validità, allora proprio il linguaggio assume una valenza fondamentale perché esso è ciò che nel suo apparire assolutamente aderente alla realtà che vuole rappresentare (possibilità evocativa di rappresentazioni. Noi qui ci stiamo intendendo proprio sulla base del linguaggio. Il nostro situarci nel linguaggio è proprio questa possibilità di intenderci che si dà proprio a partire dal linguaggio stesso – tutto si torce, tutto pare rinviare su se stesso), nello stesso tempo è ciò che maggiormente vi si distanzia. Non credo vi sia bisogno in questo di rimandare alle indagini della fenomenologia hegeliana così ben reinterpretate da Virno. In esse la denotazione rileva tutta la sua lontananza, la sua astrazione, la sua assoluta incommensurabilità con la realtà. Voglio andare ancora più a fondo e rileggendo Wittgenstein, la negazione si pone proprio come fulcro della incolmabile distanza fra la realtà e la sua possibilità di divenire parola. Che cosa accade facendo queste affermazioni? Io credo che sia come procedere ad una sorta di violenta separazione fra reale/mondo e linguaggio. Io credo si operi una vera e proprio de-oggettivizzazione del linguaggio che si mostra come atto di significazione linguistica inserita in un gioco normato e di cui si può volta a volta creare delle regole, nelle quali siamo proprio a partire dalla forma di vita che noi già da sempre siamo.

A questo punto le esperienze possono considerarsi come evolutivamente destinate ad un processo di continua dialettica oggettivazione/de-oggettivazione, o forse, meglio ancora una oggettivazione che è già da sempre de-oggettivante?


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