Per una riflessione sul concetto di esperienza
Solo se il linguaggio non è la voce dell’uomo si apre per l’uomo la possibilità dell’esperienza. Esperienza, infatti, non è il semplice accadere di eventi materiali o biologici, ma un accadere tutto particolare di eventi, materialmente e biologicamente fondati, che trovano nell’uomo la loro condizione di possibilità.
E’ opportuno richiamare una distinzione fra voce, come elemento biologico, e linguaggio: il ruggito del leone è la voce del leone allo stesso modo che il raglio è quella dell’asino o il frinito la voce della cicala: solo l’uomo fra i viventi che emettono comunicazioni sonore, non usa, se non occasionalmente, una voce che gli compete per diritto e necessità biologica.
Dunque l’uomo ha anche una voce al pari di tutti gli altri animali, ma il linguaggio non è questa voce e il linguaggio umano non trova il suo fondamento nella voce animale dell’uomo.
E’ in virtù di questa non coincidenza, che non trova mai alcuna articolazione, che si apre, per l’uomo, la possibilità sia del pensiero sia dell’esperienza.
Quindi propriamente non è il linguaggio ma questa non coincidenza fra linguaggio e voce a produrre il piano dell’esperienza, a rendere possibili che qualcosa come l’esperienza abbia luogo.
Ed è questa separazione, questa non coincidenza, a produrre la presenza delle cose, cioè a far apparire il mondo così come appare per l’uomo.
Risulta subito evidente il paradosso della ricerca di un’esperienza pura. Purificata dal linguaggio e rintracciabile solo sul versante della voce? Ma questo è impossibile: l’esperienza compare solo col linguaggio e nella sua disarticolazione dalla voce.
La separazione di voce e linguaggio separa radicalmente anche l’ambiente dal mondo; l’uomo vive contemporaneamente in un ambiente e in un mondo che non trovano però, fra loro, alcuna articolazione. Ambiente e mondo convivono nell’uomo nella forma di una sconnessione e di una loro impossibile articolazione.
Ovviamente esistono ragioni e radici biologiche di questa impossibilità ( e su questo il chiarimento della biologia è essenziale), ma le radici biologiche di una impossibilità non potranno mai assumere la forma dichiarativa o descrittiva di una spiegazione scientifica.
Non lo potranno mai perché questa distanza e questa mancata articolazione non sono altro che il pensiero; cioè, appunto, la separazione di voce e linguaggio.
Problema che compete ad una ricerca biologica: perché questa frattura si è data, biologicamente, sul piano della voce e non su quella della vista, dell’udito, del tatto?
I greci facevano una distinzione che poi, nei secoli, è andata via via scomparendo fino ad esaurirsi del tutto, fra i termini poiesis e praxis.
I nostri anni, quelli che documentano il definitivo trionfo della governamentalità, del governo e dell’amministrazione delle cose e degli uomini, testimoniano proprio la completa sussunzione della poiesis all’interno della praxis.
Lo sviluppo della cibernetica, scienza del funzionamento e del controllo dei sistemi complessi, soprattutto nella sua vulgata più genuinamente pragmatica ha fornito la strumentazione concettuale più raffinata per pensare il controllo e il governo totale.
In una delle sue dichiarazioni di fondo, secondo la quale l’informazione crea sempre struttura, è radicata la convinzione che tutto sia riconducibile, anche la non informazione, al piano della praxis, del fare, dell’attività che determinano sempre qualche cosa di particolare. Ogni possibile poiesis è ricondotta immediatamente sul piano della praxis.
Ma non è sempre stato così: per i greci, che per primi hanno pensato questa distinzione, la praxis è sempre espressione di una volontà ( la cibernetica si scontra continuamente col problema della volontà senza mai riuscire a venirne a capo) che si esprime in un’azione e in un fare determinati, mentre la poiesis viene identificata nella semplice produzione della presenza.
Con poiesis intendevano quel movimento per il quale qualche cosa viene all’essere, qualcosa viene prodotto portandolo dall’occultamento alla presenza. E’ a questo movimento che i greci davano il nome dis-velamento, aletheia.
Questo dis-velamento, questa apertura alla presenza, che non può mai essere sostanziata, è possibile solo nella non coincidenza fra voce e linguaggio.
Il rapporto ergonomico che, da una parte, lega l’uomo ad un ambiente e, dall’altra, lo rende partecipe di un mondo, è il risultato di due vie al cui punto d’incrocio, nell’intervallo della non coincidenza fra le due vie, sta l’uomo: sul piano biologico è la struttura biologica umana ad essersi sviluppata in relazione ed in interrelazione con un ambiente circostante, ma sul piano della produzione della verità è invece il mondo a configurarsi nella sua relazione ed interrelazione con la funzione linguistica umana.
Sul piano biologico e fisico l’evoluzione del vivente “segue” l’ambiente; sul piano produttivo della verità e della presenza è il mondo che “segue” l’evento linguistico.
Pertanto l’uomo è quel vivente per il quale poiesis e praxis, non essendo mai dato un loro punto d’articolazione, non possono mai venire ricongiunte definitivamente.
Logos è appunto il nome che i greci hanno dato a questa impossibilità umana di ricondurre ad unità e coincidenza voce e linguaggio, ambiente e mondo, dato biologico ed esperienza interiore.
Questa impossibile coincidenza è ciò che chiamiamo esperienza.
“Pertanto l’uomo è quel vivente per il quale poiesis e praxis, non essendo mai dato un loro punto d’articolazione, non possono mai venire ricongiunte definitivamente”
Sì, invece! E sai dove e quando? Prima di entrare in scena (cioè prima di poter esrcitare – non tanto la ‘voce’, come giustamente affermi – ma il ‘linguaggio’), e dopo la sua uscita di scena con la morte (ovviamente anche solo cerebrale).
O meglio, quando si sintonizza con questa condizione umana ‘pensandola’ (dicendola). Cioè ‘filosofando’.
(scusa lo stile ‘blog’… ma non so fare altro)
Ciao
Bruno