Percezioni, esperienze

21 03 2008

Io credo che le percezioni e le esperienze siano proprio nella pluralità, la quale significativamente ne fa emergere il senso nel loro darsi. Infatti, ogni qual volta io enuncio questi termini nella forma singolare (la percezione, l’esperienza) introduco già un processo induttivo di tipizzazione che mi rimanda ad una struttura categoriale in grado di comunicarmi qualcosa che si è già allontanato dalle esperienze pragmatiche che consideriamo immediate (ciò, lo vedremo, non vuol certo essere il tentativo di rinviare ad una fantomatica esperienza originaria ed immediata, ma in questa disamina preliminare è importante porre questa distinzione).

A questo punto, però, io credo si possa provvisoriamente tracciare un primo percorso che va dalle percezioni alle esperienze. Io opero questa distinzione a partire dalla base biologica. Le percezioni, quindi, affondano proprio nel substrato corporeo-materico che diviene l’elemento necessario ma non sufficiente del loro darsi come immediatezza relazionale. Azione e reazione, passività ed attività entrano in gioco qui. Questo livello credo si possa attribuire ragionevolmente a tutte le forma di vita, dalle più semplici (reazione e azione degli organismi unicellulari come l’ameba) alle forme di vita più complessa (animali superiori: mammiferi, esseri umani, etc.). Questo determina sicuramente un contesto comune a partire dal quale tutto, ciò che su questo pianeta vive, è regolato ed a sua volta regola. Ma questo continuismo biologico non è esaustivo. Anzi, l’aspetto che mi pare più curioso è che sia proprio la biologia stessa ad operare delle “rotture” in questo orizzonte continuo. L’insorgere della complessità organica, infatti, non introduce proprio una discontinuità, una differenziazione, ma soprattutto l’insorgere della mediatezza? Penso in questo momento alla dinamica che regola le percezioni nell’essere umano (ci si potrebbe però riferire anche a molti animali). Lo stimolo colpisce parti sensibili del corpo, inizia una trasmissione di impulsi che attraverso il sistema nervoso arriva fino al cervello (questi, lo ripeto per l’ennesima volta, ma è fondamentale, hanno una caratteristica ergonomica, ossia proprio per il loro dipendere da una forma di vita specifica divengono automaticamente formatori di questa stessa modalità di trasmissione), da qui vengono poi elaborati e rimandati per processare una risposta adeguata. In tutto ciò (lo sappiamo per ciò che concerne i meccanismi cerebrali dell’essere umano) può avvenire che proprio lo stimolo non raggiunga mai la soglia di attivazione. In questo caso è possibile una non-risposta, un non-darsi proprio per questo non avvenire dell’attivazione sinaptica. Quindi, posso ipotizzare che essendo tutto ciò che percepisco un prodotto della mia attivazione sinaptico-cerebrale, ciò che io arrivo a sperimentare sulla mia carne è comunque e sempre un prodotto mediato del mio corpo. E’ come se la stessa possibilità percettiva si desse proprio a partire da una mediazione. Io vedo il campo con il filare d’alberi fuori della mia finestra e già nell’atto percettivo si è dato un processamento che è mediazione. Forse, allora e necessario capovolgere la nostra prospettiva di ricerca, che ha caratterizzato tanta parte della metafisica occidentale, e divenir consapevoli del fatto che solo in un processo di continua mediazione posso avere a che fare con ciò che mi si dà? Se si rivelasse corretta questa prospettiva, l’immediatezza non sarebbe davvero solo un’idea chimerica?

Partiamo da questa prospettiva: ciò che mi si dà ha sicuramente un fondamento ma proprio questo darsi è possibile solo a partire da una mediatezza fondativa. Sulla scia di questa affermazione guardiamo a questo esempio che è legato ad un racconto fattomi ma facilmente riscontrabile anche in tanta parte della letteratura specializzata.

Una bambina nata da pochi mesi, quindi ancora non entrata in quella dimensione linguistico-narrativa con cui si strutturerà la relazione con le figure parentali, piange per comunicare un proprio stato (es. la fame). La sua mamma la prende in braccio, la culla, si muove per la casa, la bambina continua a piangere. A questo punto la mamma si incammina con la bambina in braccio al piano superiore della casa, qui abitualmente si fa il bagno, attività che precede il pasto. Non appena la mamma inizia a salire le scale, il pianto cessa (ovviamente questa azione è stata già ripetuta più volte assumendo così la valenza di una routine, di un addestramento).

Sulla scia di questa esemplificazione credo si possano fare almeno queste due ipotesi:

Lo spostamento produce un cambiamento che è percepito; la bambina si pone in attesa di qualcosa che la incuriosisce o comunque la distrae dal suo precedente intento comunicativo attuato con il pianto.

La bambina riconosce le percezioni che ha come un già stato, esse divengono quindi anticipatrici di qualcosa che è in grado di eliminare la situazione stimolo che ha prodotto il pianto per cui questo cessa già prima che via sia stato soddisfacimento fisico.

In tutte e due queste ipotesi ciò che emerge abbastanza chiaramente è l’insorgere già dai primi mesi di vita dell’essere umano di una capacità anticipatrice che azzarderei a definire quasi caratteristica induttiva non linguistica.

L. Wittgenstein in Della certezza, l’analisi filosofica del senso comune1, in un frammento scrive:

 

Non con l’induzione lo scoiattolo conclude che nel prossimo inverno avrà bisogno di riserve di cibo. E neanche noi abbiamo bisogno di una legge dell’induzione per giustificare le nostre azioni e le nostre previsioni2.

 

Concordo che sicuramente la bambina non ha certo avuto bisogno di una legge dell’induzione per attivare questi comportamenti, ma mi sono servito e mi servo di questa terminologia proprio perché sono in questo gioco linguistico e parlo di tutto ciò a partire da questa mediazione continua che si opera a partire proprio da questo gioco. Quindi, ciò che si dà qui è uno scarto nelle percezioni. Questo scarto sembra essere proprio il porsi di un frammezzo che è però cronologico, ossia legato ad un’anticipazione. Ma questo non è già un andare oltre le percezioni? Questo andare oltre non è forse proprio l’ingresso nelle esperienze? Se queste considerazioni sono accettabili potremmo pensare di ipotizzare che le esperienze si diano a partire dall’affondare le percezioni, oltre che nella carne, anche nel tempo? Le esperienze possono quindi darsi come percezioni temporalizzate? Non solo, ma io credo che proprio le esperienze possano assumere un’ulteriore caratterizzazione – qui lo hanno fatto: entrare nel linguaggio. Questo entrare dà alle esperienze una prospetticità altra?

1L. Wittgenstein, Della certezza, l’analisi filosofica del senso comune, Torino, Einaudi, 1999

2Ivi, [287], p. 46


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