Soglie delle percezioni

16 03 2008

Io credo che anche quando siamo impegnati nella riflessione speculativa più astratta, ciò avviene sempre a partire dal nostro corpo, dal nostro situarci in uno spazio ed in un tempo (mi riferisco qui anche alla riflessione di J. Searle); va da sé che mi ponga nella prospettiva di un fondamento biologico della vita a cui dobbiamo guardare e che dobbiamo preventivamente interrogare.

Detto questo è chiaro che le percezioni (al momento utilizzo questo temine che è teso ad indicare una via d’accesso all’esperienza) si danno a partire da un fondamento biologico. Il corpo infatti è strutturato in modo da offrirci la possibilità percettiva. Io ora sto scrivendo su un taccuino queste cose; uso la mia penna. Il vedere il taccuino, il percepire la pressione che le dita esercitano sulla penna, l’udire il rumore della penna che scorre sul foglio, i rumori delle auto che provengono dalla strada come quello del motore del frigorifero che si è acceso sono tutte esperienze che sto descrivendo e che si basano proprio su un substrato biologico-percettivo. La neurobiologia, la neurofisiologia e più in generale le neuroscienze ci danno come indicazione che risalendo a questo substrato biologico-percettivo si arriva ad una struttura necessaria ma non sufficiente: la sinapsi (traccerò qui per evidenti ragioni solo alcuni aspetti relativi a questo meccanismo rinviando ovviamente per approfondimenti specifici alla cospicua letteratura specializzata sull’argomento). Sintetizzando in modo brutale ma per mettere in evidenza il processo che maggiormente mi preme sottolineare, dirò che possiamo descrivere il processo percettivo come una dynamis di attività e passività all’interno di una prospettiva ergonomica. Questo vuol dire che si pone un rapporto dinamico fra uno stimolo percettivo e la reazione biologico-corporea che questo produce. Contemporaneamente, però, questa possibilità si forma, ed è formata proprio a partire dalla biologia, meglio dalla forma di vita su cui agisce. E’ chiaro quindi che le possibilità percettive, oltre a ricevere, sono anche le stesse formatrici della della percezione. Mi spiego con un esempio: l’occhio umano percepisce la luce entro un certo spettro luminoso, ciò determina il cromatismo e quindi anche il mondo come noi uomini lo possiamo vedere. Ecco che si delinea così una prospettiva ergonomica che caratterizza ovviamente tutte le forma di vita.

Tutto questo complicatissimo processo si basa, in ultima istanza, sul meccanismo sinaptico, ossia su quel potenziale d’azione (scarica) che attivando reti e sistemi neurali fa emergere la percezione. Noi però ora sappiamo che l’attività sinaptica che è la funzione cerebrale non si esaurisce con la percezione. Infatti il nostro cervello controlla tutta la funzionalità corporea proprio attraverso il meccanismo sinaptico. Ecco allora che ci accorgiamo della pressione che esercitiamo sulla penna per scrivere, vediamo il foglio su cui scriviamo, ma non diviene mai esperienza percettiva la regolazione della pressione sanguigna. Senza addentrarmi in modo troppo specifico nella funzionalità cerebrale – che non mi compete – vorrei però sottolineare descrittivamente una particolare funzionalità sinaptica che prendo dalle analisi di J. LeDoux in Il sé sinaptico1. Egli, in questo testo, parla di un meccanismo: l’inibizione del potenziale d’azione e quindi della scarica.

Il protagonista di questo processo è, come scrive LeDoux l’interneurone inibitore

 

che diminuisce la probabilità che la cellula postsinaptica scarichi un potenziale d’azione.2

 

Non solo, ma poco dopo scrive ancora:

 

Le cellule di proiezione tendono ad essere inattive in assenza di input da parte di altre cellule di proiezione. Gli interneuroni inibitori, tuttavia, sono spesso tonicamente attivi, il che significa che scaricano di continuo. La ragione per cui le cellule di proiezione sono inattive, quando non stimolate, risiede in parte nel fatto che ricevono un’inibizione tonica dagli interneuroni. Di conseguenza, quando input eccitatori cercano di accendere una cellula di proiezione, deve essere vinta una preesistente inibizione della cellula di proiezione. L’equilibrio tra input eccitatori e inibitori in un neurone determina se questo scaricherà o no.3

 

Ed infine aggiunge per completare il quadro:

 

L’inibizione è un meccanismo assai utile nei circuiti neurali. Accresce enormemente la specificità del processamento dell’informazione, filtrando accidentali input eccitatori, impedendo loro di provocare attività. Solo se gli input arrivano simultaneamente possono superare l’inibizione e suscitare attività. Una volta che l’attività sia stata stimolata, l’inibizione è importante per tenere sotto controllo l’eccitazione e resettare il circuito.4

 

Quindi, dal punto di vista fisiologico l’inibizione svolge due compiti fondamentali:

rendere enormemente più specifica la comunicazione neurale evitando input accidentali

preservare il sistema da lesione, infatti non tutti i neuroni possono rimanere in uno stato di continua eccitazione

A questo punto possiamo però azzardare, sulla base di questa descrizione, che l’attività sinaptica sia una questione di soglia, ossia solo se viene superata l’inibizione si ha un processamento dell’informazione. Se questo corrisponde, allora potremmo arrivare a dire che anche la struttura sinaptica che regola la percezione avrà questa caratteristica, per cui ciò che percepisco è ciò che supera questa soglia d’attivazione. Ecco allora che davvero le percezioni si danno a partire da soglie. In altre parole potremmo ipotizzare che le percezioni si danno a partire da una possibilità – e non necessità. Ossia che vi sia una dinamica (intesa sempre nel senso di dynamis) fra l’insorgere delle percezioni ed il loro non-darsi.

Dobbiamo però qui porre molta attenzione a non derivare verso un meccanicismo o una vera e propria riduzione biologicista della vita, soprattutto all’interno di un’epistemologia filosofica. Rifacendomi proprio alla neurofisiologia ed agli studi di V. Gallese5, ho ribadito all’inizio, che il fondamento biologico (quindi corpo, organi, neuroni, sinapsi, etc.) sono sì necessari, ma non sufficienti. Dico questo perché proprio l’orientamento neurofisiolgico citato ci richiama a questa considerazione e lo fa con un’argomentazione molto “filosofica”. Infatti ci dice che è vero la base biologica di una percezione è la struttura sinaptico-neurale, ma ciò che noi percepiamo, il percepito, non è mai una scarica. Meglio ancora, se è vero che la radice biologica di una percezione è una serie di scariche neurali è altrettanto vero che a me non si danno mai scariche ma fogli, penne, computer, panorami, persone, etc.6

Ecco che proprio quando le indagini paiono avermi portato più vicino alle radici delle percezioni, cogliamo anche di esserci allontanati da esse.

Curiosamente, spiegando i meccanismi mi allontano dalla comprensione immediata.7

Il processo dell’epistemologia scientifica ci ha quindi chiarito certi meccanismi e contemporaneamente ci ha fatto scorgere una scissione, una lontananza che si dà proprio a partire dalla relazione neuroni – sinapsi / percezioni – esperienze.

Questa diade rende possibile procedere su questa riflessione: quando parlo di percezioni ho a che fare con un duplice livello, quello biologico e quello dell’”immagine8 che si dà poi come mia esperienza.

Il punto da indagare diviene quindi questo “luogo” della distanza fra la biologia e l’immagine. In altri termini ci si ritrova ad indagare un frammezzo che segna reciprocamente il limite fra la dimensione corporea e quella dell’immagine rappresentazionale di un mondo a cui apparteniamo. A questa riflessione deve però far seguito un chiarimento necessario al fine di evitare di incorrere in un interpretazione di stampo dualistico cartesiano. Io ho detto che dalla dimensione biologica insorge l’immagine, la rappresentazione. Questa affermazione non è però unidirezionale, infatti tutto ciò che noi abitualmente definiamo mondo, tutte le scoperte scientifiche, tutte le teorie che elaboriamo e più in generale lo stesso metodo scientifico si basano su quelle immagini rappresentazionali che siamo in grado di creare. Basti pensare a come ha inciso in questo senso tutta la ricerca relativa alla brainimaging sulle scoperte legate al cervello. Ecco che allora curiosamente, proprio la nostra capacità rappresentazionale immaginativa ci consente di produrre quelle esperienze che ci indicano che a partire da quegli elementi insorgono le percezioni stesse. Il nostro mondo è quindi percezioni, esperienze, immagini, rappresentazioni le quali ci permettono di penetrare il loro stesso substrato arrivando a coglierne gli elementi causativi. Tale percorso mette però in evidenza proprio quella distanza, quel frammezzo che ci dice anche che quegli stessi elementi causativi non sono puro meccanicismo capace di saturare tutto attraverso il principio di causa ed effetto. Nuovamente, quindi, non possiamo che evidenziare il darsi di questa distanza, di questo frammezzo.

Ma in cosa si dà questo frammezzo? Questa distanza?

Io sto guardando fuori dalla finestra, vedo un campo delimitato da un filare d’alberi. Questa immagine – che credo di aver suscitato anche in chi sta solo leggendo questo testo – è prodotta da un processo neurologico-sinaptico, per cui vedo queste cose a partire e grazie ad una serie di stimoli che attivano vari sistemi e circuiti neurali attraverso sinapsi, riuscendo a superare i meccanismi inibitori. Ma di nuovo le scariche, le sinapsi non sono l’immagine.

Ecco il punto: il frammezzo mi si dà proprio in quel non sono. Meglio ancora il frammezzo pare darsi proprio nel non.

Ma il non non è un elemento solo logico-linguistico? Come può indicare proprio il frammezzo? Meglio, come può stare al posto della incolmabile distanza che separa biologia e immagine rappresentazionale? Può essere considerato a questo punto esso stesso soglia?

Quando abbiamo colto la distanza, il frammezzo fra biologia e immagine rappresentazionale si è evidenziata una strana reciprocità ellittica, per cui il fondamento biologico ci veniva dato anche e sopratutto grazie alla nostra capacità rappresentazionale immaginativa.

Cosa c’entra il non linguistico e quindi la dimensione del linguaggio in tutto questo?

Il fatto è che tutto ciò che abbiamo descritto fino a qui, lo abbiamo potuto fare a partire dal linguaggio. Questo è lo spazio in cui si dà questa riflessione, ed a partire da essa noi ragioniamo sulle tematiche che abbiamo assunto come guida. Anche in questo caso ciò che ho potuto descrivere ho potuto farlo proprio a partire da questo gioco linguistico ed in questo gioco linguistico. Come fra biologia ed immagine pare darsi questo frammezzo, analogamente pare dischiudersi un medesimo frammezzo fra la percezione-esperienza-immagine ed il linguaggio. Quest’ultimo infatti ci dice, ci evoca l’esperienza ma non è l’esperienza.

E’ a partire da qui, da questo distanziarsi di oggetto e parola e da questo essere totalmente immersi nel linguaggio – ma non da sempre – che deve continuamente riprendere l’epistemologia filosofica?

 

1J. LeDoux, Il sé sinaptico, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2002

2Ivi, p. 70

3Ibidem

4Ivi, p. 72

5Per approfondire questo aspetto mi limito qui a segnalare: V. Gallese, Corpo vivo simulazione incarnata e intersoggettività. Una prospettiva neuro-fenomenologica, in AA. VV., Neurofenomenologia, Milano, Bruno Mondadori, 2006

6Qui ho volutamente semplificato è chiaro che ci troviamo dinanzi al problema se ciò che mi sta di fronte è il foglio o l’immagine del foglio, etc.

7Utilizzo qui i termini spiegazione e comprensione riferendomi all’uso che fa W. Dilthey di Erklärung e Verstehen.

8Uso questo termine nella sua accezione più ampia possibile.


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