L’esperienza

6 03 2008

* E’, per lo più, ricorrente un’idea di concretezza (di esperienza) sempre legata al fare, alla produttività. E se invece la concretezza, la materialità dell’esperienza, fosse legata al non fare e alla improduttività?

Frédéric Worms, nel suo recente intervento di Bologna, fra i modelli concreti di soggettivazione , quello più alto, proponeva un modello morale caratterizzato dalla rottura e dal tradimento.

Come esempio di questo modello veniva presentato la figura dell’amico. Il tradimento di un’amicizia si configura come azione morale in quanto, se ho capito bene, lo stesso atto del tradimento implica la rottura di un codice la cui natura non può che essere morale, in quanto amicizia e condivisione.

Dunque in quanto forma di soggettivazione concreta l’amicizia si presenta come l’ambito morale di tale soggettivazione che conosce, nei suoi momenti preliminari, anche una forma biologica e simbolica.

Risulta allora evidente che la morale ( ma perché si va dall’ontologia alla morale e non dall’ontologia all’etica?) sia legata al fare, alla operosità, ad una serie di opere concrete che la consegnano all’ambito dell’esperienza.

Sul piano logico il discorso non fa una piega, ma questo per la ragione che il ragionamento è perfettamente circolare: trattandosi di modelli concreti di soggettivazione è ovvio che la morale, il suo punto più alto, non possa che inscriversi in una pratica di soggettivazione, in una modalità operativa del rendere soggetti.

Tralasciando per il momento la questione del soggetto, concetto irto di insidie e di trabocchetti, nel buco nero della soggettivazione finisce col precipitare anche il concetto di esperienza intimamente connesso e identificato con quello di fare e di operare.

Maurice Blanchot nelle pagine iniziali del suo L’infinito intrattenimento (faccio riferimento all’edizione italiana di Einuadi) ci presenta a sua volta la figura dell’amico. Solo che questa volta l’amicizia è caratterizzata dalla stanchezza, dalla inoperosità, dal non fare. Due amici sono sempre caratterizzati dalla stanchezza, da una stanchezza che induce al non fare, alla mancanza di opere. L’amicizia è generosità, ma la generosità non è azione è stanchezza.

Ovviamente interpreto, e con questo gesto distruggo l’aura, la Stimmung, del testo di Blanchot, stanchezza come quella tonalità emotiva ed affettiva che disancora da ogni finalità cosciente e da ogni operatività utilitaristica, fosse anche nobilitata dai più elevati fini morali. L’amicizia è, in questo testo, nel modo più proprio, un mezzo senza alcun fine.

A modo suo anche Baudelaire ripeteva lo stesso concetto: Essere un uomo utile l’ho sempre trovata una cosa ripugnante.

Riporto ancora un passo di questo formidabile testo di Blanchot: C’è nella vita di un uomo – e quindi degli uomini – un momento in cui tutto è compiuto, i libri sono scritti, silenzioso l’universo, gli esseri in riposo. Non resta che il compito di annunciarlo: è facile.

Naturalmente non è per nulla facile, ma forse è proprio questo un impegno filosofico adeguato alla scaltrezza antifilosofica dei tempi ( i tempi dei consulenti filosofici).

E se fosse proprio questa l’esperienza? Se fosse questa stanchezza del fare, questo silenzio della parola; una parola che sa custodire il silenzio, cioè sa custodire l’esperienza, senza per questo rifugiarsi nella giustificazione dell’indicibile?

Voglio dire: se l’esperienza fosse rintracciabile non tanto in un fare, ma fra le pieghe e nella sospensione del fare, nella interruzione del fare. Certo allora, in questa sospensione, rimarrebbe di nuovo, ancora e sola, la parola.

Forse però, in questo caso, ne verrebbe una idea di parola un po’ meno chiassosa di quella che va per la maggiore oggi; forse risulterebbe chiaro che è proprio la parola ciò che ci impedisce l’annuncio.

E allora saremmo già sulla buona strada.


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5 risposte

6 03 2008
arampl

Vorrei capire meglio. Fondamentalmente condivido con te questa prospettiva, ma mi pare possa avere un rischio che vorrei mi chiarissi (forse ho capito male): questo procedere non ci ri-porta direttamente all’ontologia heideggeriana dell’annullamento dell’essere e della sua indicibilità? Se è così il rischio, di nuovo, non è quello di imboccare la strada di un irrazionalismo misticheggiante? Possiamo pensare di ridurre l’esperienza a “salto”? A indicibile quiddità noumenica che si pone solo a partire dall’Es gibt?
Se noi ci facciamo carico di un’esperienza che è prima di tutto agire nel mondo come coglimento di una differenza, di uno scarto e ne vediamo uno dei modi possibili del suo darsi in una descrittività linguistica che è colta come oggettivazione e quindi come limite, non possiamo forse iniziare così un ri-pensamento che nell’apertura formante del linguaggio ci dà anche uno spazio condiviso di possibile comprensione?

17 03 2008
moietta

(Enzo, non fare troppo caso a quanto scrivo qui. Si tratta più che altro di una prova… sia pure d’AUTORE.)

L’esperienza – è poco più di un’ovvietà – non consiste nel FARE UN’ESPERIENZA, ma nall’interpretare l’esperienza, cioè nel rapportare al presente della coscienza un evento del passato che necessariamente ha perso, nel tragito – per breve, quasi simultaneo, che sia – dal passato al presente (Hegel direbbe: dal ‘dato’ al ‘pensato’) tutta la sua consistenza. In altre parole, l’esperienza la si fa veramente nel momento del ricordo/interpretazione dell’esperienza, che così diventa l’unica, reale, esperienza. Chi dice di ‘rifarsi ad un’esperienza’ in realtà la sta facendo mentre sta facendo questa affermazione.
Se proprio si vuole, l’esperienza reale consiste nel momento in cui la si trasforma in linguaggio, nel momento cioè in cui la si rende fruibile ingabbiandola in un contenitore fatto di parole… E’ certo però che dentro quel contenitore non c’è nulla, in quanto il contenuto si risolve tutto nel contenitore.
“Il mondo è la nostra rappresentazione” diceva Schopenhauer, la quale rappresentazione è sicuramente quanto di più autoreferenziale, di soggettivistico, ci sia… ma senza la quale non esiste niente di cui si possa fare reale esperienza. L’illusione maggiore consiste nell’illudersi di poter andare oltre l’illusione. ‘Aldiqua’ (la scienza) o ‘aldilà’ (la religione) dell’illusione.
ciao
Bruno

19 03 2008
arampl

E’ una provocazione interessante! Il problema è coniugare percezione ed esperienza. Qualcosa accade! Altrimenti rischiamo il non senso dell’aneddoto fichtiano degli studenti che gli scagliavano il mattone attraverso la finestra dicendogli “questo è non essere quindi non esiste”!

26 03 2008
moietta

“Il problema è coniugare percezione ed esperienza”

Se si considera il processo conoscitivo un’attività che si svolge comunque necessariamente all’interno di un organismo in cui per questo processo sembra decisivo un organo specifico (il cervello), di cui si possono studiare meccanismi e chimismi che dipenderanno sempre… da un lato da fattori biologici in continua trasformazione naturale (’evoluzione’), passibili certamente anche di trasformazione artificiale (bio-ingegneria), ma pur sempre agendo su fattori biologici… e dall’altro dalla natura (pure in continua evoluzione-trasformazione) dell”occhio’ che indaga per conoscere tali meccanismi-chimismi (”il mondo è la nostra rappresentazione”)…
se si considera tutto ciò, si potrebbe dire che si tratta di uno pseudo-problema. Almeno se si volesse dare una risposta non ‘provvisoria’, cioè non scientifica ma filosofica, alla questione.
Ma proprio in relazione a ciò, la mia domanda diventa: “Che valore devo dare ad una risposta necessariamente ‘provvisoria’”? Valore astrattamente conoscitivo (per soddisfare un’esigenza di conoscenza fine a se stessa), o valore pratico (terapeutico)? Potrei rispondere “entrambe”, in quanto non necessariamente in contrapposizione e comunque essendo la risposta ‘provvisoria’ (scientifica) l’unica fruibile concretamente…
Personalmente rispondo in questo modo: “Una risposta non ‘provvisoria’ non è possibile, ma proprio per non rischiare di farla diventare ‘definitiva’ devo tener viva l”esigenza’ della definitività, cioè lasciare sempre sgombro l’orizzonte filosofico. La scienza, se non si muove seguendo questa traccia, o si perde per strada, o, cosa ben peggiore, si consegna nelle mani di ogni ‘apprendista stregone’, cioè di chi si illude di essare approdato ad un qualche ‘ultimo porto’.
Bruno

28 03 2008
arampl

Concordo con te sulle analisi. Però credo si possa fare un ulteriore riferimento. Wittgenstein in Della Certezza, scrive una cosa che mi fa sempre molto riflettere: “Il bambino impara a credere a un sacco di cose. Cioè impara, per esempio, ad agire secondo questa credenza. Poco alla volta, con quello che crede si costruisce un sistema e in questo sistema alcune cose sono ferme e incrollabili, altre sono più o meno mobili. Quello che è stabile, non è stabile perché sia in sé chiaro o di per sé evidente, ma perché è mantenuto tale da ciò che gli sta intorno.” Allora mi sorge sempre più spesso il dubbio: forse non dovremmo tentare di riflettere all’interno di una porsepttiva che de-oggettivizza il linguaggio e lo rende veramente gioco? Se anche le “scienze” facessero ciò?

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