Non è che proprio ci veda di meno; le lettere su un testo stampato o una immagine su uno schermo cinematografico mi appaiono più nitide, mi capita però di non riconoscere più le persone.
A volte la cosa è fonte di grande imbarazzo e dò ad alcuni forse l’impressione di non volerli salutare; seguono poi tutte le scuse del caso con il rischio che non vengano credute.
La questione mi ha ovviamente incuriosito e sono arrivato alla conclusione che la colpa sia proprio degli occhiali. Penso che la cosa sia andata in questo modo: negli ultimi tempi nonostante la mia vista progressivamente e molto lentamente, da un giorno all’altro non notavo la differenza, abbia cominciato a diventare più debole non ho potuto esimermi dal fatto di costruirmi comunque un’immagine del mondo e delle persone. Il mio cervello utilizzava le informazioni visive e mi restituiva una serie di immagini. In certe situazioni mi capitava veramente di non riconoscere persone che pure frequentavo abitualmente e devo ammettere che la cosa poteva anche avere i suoi lati positivi.
Ma poi ecco che arrivano gli occhiali che costringono il cervello alla produzione di immagini nuove che non corrispondono più con l’idea che fino a quel momento mi ero fatto della fisionomia di certe persone.
Domanda: che c’entra questa esperienza col problema della significazione? A parte il fatto, ovviamente, che ne sto parlando. Oppure questo “a parte” non può essere accantonato così velocemente?
E’ chiaro che parlandone lo significo e lo stavo significando anche quando il problema era solo un questione di riflessione personale; ma veramente l’intera vicenda si situa all’interno di un orizzonte significativo?
E la stessa significazione linguistica non ha condizioni trascendentali che, come tali, non appartengono ad alcun orizzonte semantico?
E’ proprio vero, come dice Bateson, che viviamo in un mondo di significato? Solo di significato? E dove e come rintraccio allora l’esperienza?
Wittgenstein nella prima delle riflessioni delle Osservazioni sulla filosofia della psicologia scrive: “[...] Il fatto è che interpretare è un’azione. [...] Vedere non è un’azione ma uno stato.” Non si delinea così forse una possibilità in cui il vedere e il significare nella sua accezione dell’interpretare si collocano in un orizzonte comune ma con angoli prospettici differenti? Il dato materico dell’esperienza pare quasi divenire uno stato che, proprio perché stato, è accertabile scientificamente, ossia attraverso un’epistemologia scientifica. Ciò porta Wittgenstein a scrivere nel frammento 11: “Poniamo che qualcuno faccia la seguente scoperta. Indagando i processi che hanno luogo nella retina delle persone che vedono (sta analizzando il caso di un immagine che posso immaginativamente vedere come…) la figura ora come un cubo di vetro, ora come una intelaiatura di filo metallico, ecc., egli trova che questi processi sono simili a quelli da lui osservati quando il soggetto guarda ora un cubo di vetro, ora un’intelaiatura di filo metallico, ecc… Una scoperta del genere saremmo inclini a considerarla una prova del fatto che vediamo davvero la figura ogni volta in modo diverso. Ma con che diritto? Come può l’esperimento asserire alcunché sulla natura dell’esperienza immediata? Esso la inserisce in una determinata classe di fenomeni.” Ecco! l’epistemologia scientifica rende l’esperienza vitale un fenomeno ed in questo rendere passa a qualcosa d’altro rispetto all’esperienza. Il problema a questo punto è che – cito nuovamente Wittgentsein frammento 20 – “L’interpretazione non ne è una descrizione [dell'esperienza] indiretta, bensì la sua espressione primaria.” Quindi l’esperienza vitale si dà come interpretazione , come processo primario attivo o significazione. Quindi noi non siamo sempre e solo immersi in un significato, ma può essere il nostro agire che ci costringe in un significato? Agire potrebbe essere dare significato?
Concordo con te Alessandro. Ma anche il vedere è una “interpretazione”. Bateson cominciò una conferenza chiedendo al pubblico :” Alzino la mano tutti quelli che credono di vedermi”. Intendeva, ovviamente che non erano i loro occhi che vedevano ma il loro cervello. E il cervello deve costruirle le immagini, non arrivano già confezionate. Come ben documentato, fra l’altro e per stare in tema, da Bateson con i suoi esperimenti con LSD o da Benjamin con l’hascis.
E tuttavia noi siamo proprio alla ricerca di un pertugio fra le maglie della significazione onnivora che ci introduca alla possibilità di una esperienza primaria. Continuiamo a cercare. Enzo
Mi pare sia proprio questo il punto cardine. Noi sappiamo che qualcosa si dà dal punto di vista squisitamente materico (dimensione passivo-attiva), ad esso noi guardiamo però già da sempre in modo evoluto da un punto di vista, o meglio da un gioco, che è già inserito nelle “maglie della significazione”. Allora non è forse ripensando a questa che possimo tentare di scorgerne i “limiti”? Condivido con te l’esortazione: continuiamo a cercare. Alessandro