Tentando un regresso

28 01 2008

Italo Tomassoni in Alberto Burri sulla via dei “Cretti”1 scrive proprio a proposito di queste opere:

La connotazione dello spazio che si identifica con il luogo e si offre frantumato, scisso, come Spaltung dell’immagine, è già al centro di una lucida consapevolezza di conservazione e restaurazione dei processi formali.

E’ scritto che chi cerca la verità è già nella verità. Nella terra desolata dei Cretti, l’opera risorge dalla dissoluzione stampando l’impronta del suo rigenerarsi proprio in quell’esistere frantumato “qui e ora” dove la decostruzione della forma avviata con l’analitica cubista non può spingersi oltre.

Rispetto a questa esigenza di forma, colta a partire dalla sua distruzione e dal suo grado zero, niente è più distante di quell’immaginario che faceva volare Fontana sopra una metafisica della totalità dove tutto è miracolosamente rinviato e sospeso.

Nelle superfici di Burri, solcate in profondità, che possono assumere la durezza del ferro e del calcestruzzo, ma anche la leggerezza di un merletto, la forma precipita all’interno della sua gravità. In quella caduta nei buchi neri di una modernità collassata, la luce si solidifica esaltando il suo cuore di tenebra nello splendore di una materia che appare la sola lingua offerta a questo secolo per conservare il collegamento con la parola mediterranea della pittura occidentale. Lavoro da titani. Lavoro fondato prima ancora che sulla esigenza della rappresentazione sulla forza della forma, terribilmente vera e tragica perché attratta dalla gravità del reale.2

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Che cosa è fondamentale per me in questo passaggio? I “Cretti” sono il grado zero della forma e, contemporaneamente, la chiave di volta della ri-fondazione formale o meglio, la negazione della forma, il distanziarsi più radicale dalla forma che è comunque, sempre, coimplicato – nella pittura – proprio in una forma.

Questo passaggio che può apparire intellettualistico ha per me il senso di un rimando ad un pragmatismo fondamentale che rivolge la sua critica proprio a qualsiasi tentazione di ridurre ciò che mi si dà. Ecco allora che proprio l’idea di una forma e di una assenza di forma si danno solo a partire da questa tragica gravità del reale che lega questi due elementi in una prospettiva duale – e non mai in un dualismo – nel quale già sempre siamo.

Mi spingo ancora un po’ oltre. Guardo il “grande Cretto nero”. Esso mostra una zona inferiore ove la materia è assolutamente compatta. Procedendo verso l’alto è proprio la disgregazione materica a far esplodere l’opera a rendere “cretto” il Cretto. Allora davvero l’opera si situa nella Spaltung, nella fessurazione. Di più, essa diventa tale proprio a partire da questa fessurazione. La fessurazione, che dà senso alla materia e di conseguenza all’opera, è assenza di quella materia che compone l’opera stessa. Questa esperienza è così reale che percorrendo le fessurazione del “grande Cretto” di Gibellina ci si accorge che si sta passando ove vi è una minor quantità di materia, in altre parole, un luogo ove non vi è la materia, ma, di nuovo, è proprio questo che dà senso all’opera che rende l’opera ciò che mi si dà in quelle modalità.

Proprio questa dynamis di presenza ed assenza, o meglio di assenza e presenza che si danno nella visione stessa dell’opera sono la possibilità del darsi dell’opera stessa.

Questo passaggio è per me fondamentale perché è proprio a partire da qui che vorrei ricollegarmi alla riflessione di Riegl citata da Manlio Iofrida nei Sindaci Campionatori di Rembrandt. In modo assolutamente emozionante, Riegl riesce a restituirci un’opera attraverso la sua descrizione; non solo, ma essa ci appare così viva che pare darsi dinanzi a noi, dispiegandosi in tutta quella molteplicità di significati che danno ragione della complessità esecutiva tipica del maestro olandese.

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C’è qualcosa che lega Burri e Rembrandt? In questa sede non voglio assolutamente entrare all’interno di una disamina di tipo estetico relativa alle poetiche dei due artisti. Ciò che però voglio mettere in evidenza è il darsi della possibilità di dare significato all’opera, che emerge dalla visione e dalle parole che su queste si possono dire. Si dispiega così un orizzonte descrittivo che si affianca a quello visivo, ed i due elementi raggiungono quasi una sorta di compenetrazione infatti vediamo l’opera nelle parole e contemporaneamente possiamo cogliere i significati nella visione della stessa.3

Sposto ora l’attenzione su un passo tratto da E. Husserl, Esperienza e giudizio.4 La parte in cui si colloca questo frammento è la prima, ossia quella dedicata all’Esperienza antepredicativa (ricettiva) ed alla Strutture generali della ricettività. Questa sottolineatura è fondamentale perché Husserl qui sta cercando di analizzare il fondamento antepredicativo di qualsiasi logica formale, e quindi di fondare proprio quest’ultima su un substrato vitale imprescindibile. In questo passaggio sottopone al lettore un esempio, legato anche in questo caso alla visione. In esso, il protagonista di questa azione, vede una persona in una vetrina di un negozio. Questa persona, però, ad un secondo sguardo potrebbe non essere una persona, bensì un manichino. Tale duplicità, introduce quella che Husserl definisce la coscienza del dubbio e della possibilità. Ecco cosa scrive:

L’intero contenuto concreto di apparizione autentica acquista piuttosto ad un tratto un secondo contenuto che si sovrappone a esso: l’apparizione visiva, la forma spaziale riempita dalla sua colorazione era prima provveduta d’un insieme di intenzioni di prensione che produceva il senso “corpo umano” o in generale “uomo”. Ma ora si sovrappone a esso il senso “manichino”. Nulla viene cambiato in ciò che si è propriamente veduto, anzi, c’è ancora qualcosa di più in comune tra i due stati; sia nell’uno che nell’altro sono appercepiti in comune vestiti, capelli, etc., ma una volta si tratta di carne e sangue, l’altra di legno dipinto. Uno stesso identico fondo di dati sensibili costituisce la base di due prensioni che si sovrappongono l’una all’altra.5

Nuovamente, come nei casi legati alle descrizioni precedenti dei quadri di Burri e Rembrandt, ci troviamo dinanzi all’uso di un linguaggio in funzione decrittivo-evocativa che si pone come “creatore” di una immagine che riverbera in quel “teatro della mente” di cui parla Gerald Edelman. Tale passaggio è per me fondamentale perché proprio qui si situa a mio avviso il punto critico della riflessione. Infatti quando io faccio questa operazione, apparentemente semplice e legata ad una immediatezza collegabile ai sensi ed alla comune percezione, io sono già sempre situato in un orizzonte significativo. Infatti, nel momento in cui leggiamo queste parole di Husserl, difficilmente ci troviamo nella situazione di avere la percezione di cui ci viene detto. Anzi, al momento della lettura è possibile che a me non sia mai capitato di confondere un uomo con un manichino. Ciò non toglie che le parole che noi leggiamo e che risuonano come immagine mentale siano assolutamente comprensibili. Di più, la stessa lettura può diventare fortemente evocativa e farci correre ad esperienze che definiamo simili come aver colto un oggetto per un altro all’interno di una nostra esperienza percettiva precedente (per esempio, confondere una pallina con un uovo) o scorgere in lontananza una persona che in realtà, avvicinandosi, si rivela non essere tale. Ciò che accade qui è il darsi della nostra capacità (creativa?) di dare significato, ossia di produrre un’azione che ci dà un mondo.

Questi esempi mi sono serviti qui semplicemente per tracciare in modo “tipico” alcune esperienze visive che nel vissuto quotidiano (guardare quadri, guardare nelle vetrine dei negozi, etc.) ci appaiono assolutamente immediate. Ora, questa immediatezza ha radici biologiche, infatti noi vediamo il mondo che ci sta di fronte e riusciamo a figurarcelo proprio perché siamo dotati di una struttura biologica (in questo caso l’apparato visivo) che ci permette di vedere. Tale radicamento ha però una caratteristica ergonomica, infatti come sostiene anche Vittorio Gallese in vari saggi, quando io guardo lo faccio a partire dalle strutture biologiche di cui sono dotato,6 quindi con le possibilità ed i limiti che proprio queste strutture mi danno. In altre parole, è vero che esse ricevono delle stimolazioni (nel caso della retina quelle luminose), ma è altrettanto vero che la loro conformazione diviene l’elemento strutturante la percezione stessa. Quindi, va da sé che davvero attività (determinata dalla struttura biologica) e passività (ricettiva) sono la dualità fondamentale che ci dà la possibilità di avere un mondo. Basta questo? No. La base biologica che è necessaria per avere tutto questo (mi rifaccio sempre alla riflessione di Vittorio Gallese) non è altro che una serie di scariche elettriche legate alla struttura cerebrale composta da un tessuto neurale che si connette attraverso sinapsi. Noi però non conosciamo, o meglio non facciamo esperienza, di scariche elettriche, ma persone, manichini, quadri figurativi ed astratti, opere, etc.

Che cosa accade quindi qui? La dualità attivo-passiva della struttura biologica non è sufficiente; qualcosa d’altro, ma non oltre, si aggiunge o meglio è sempre coimplicato in questa dynamis. Ci troviamo di fronte al significato o, a mio avviso, ciò che accade è il processo di significazione.7

Si palesa quindi una struttura sistemica in cui sono sempre coimplicati almeno tre elementi: la passività ricettiva che è già sempre strutturata a partire da una attività ergonomica; questi due aspetti sono poi sempre già coimplicati in uno scarto, ossia il processo di significazione che fa emergere un mondo a partire dalle scariche elettriche dei processi sinaptici e dalle conseguenti reazioni corporee che ciò produce.

Quando io, essere umano adulto, rifletto sulle mie strutture percettive e sulle modalità di darsi dell’immediatezza esperienziale devo sempre aver chiaro che tale processo è possibile a partire da un contesto che è prima di tutto processo di significazione. In altre parole il problema potrebbe essere posto così: se tentiamo un regresso che ci permetta di porci di fronte a noi i meccanismi percettivi sui quali si fonda la costruzione del nostro mondo (potremo dire anche quella relazione passività-attività fisiologica-ergonomica), tale processo è però sempre dato a partire da un situarsi in un orizzonte che è prima di tutto processo di significazione.

La cosa si complica maggiormente se facciamo un ulteriore passo in queste analisi. Infatti in questo contesto abbiamo sempre e solo riflettuto a partire da un contesto linguistico scritturale, a cui, del resto, ogni riferimento al significato rimanda in modo abbastanza automatico. Questo percorso mi pare però fallimentare, infatti se identifichiamo significato e linguaggio dobbiamo anche affermare che la privazione di quest’ultimo è automaticamente privazione della capacità di attivare processi di significazione. Questo a mio avviso è evidentemente falso. Per affermare ciò, mi rivolgo proprio all’uomo il quale, pur avendo un linguaggio, in esso entra solo dopo un processo evolutivo di crescita che gli consente di impossessarsi di questo “strumento”. Proprio in queste fasi di sviluppo della bambina e del bambino è però osservabile che, anche senza un linguaggio, essi vivono nel mondo avendone un immagine.8 Questo non ci deve assolutamente far pensare alla possibilità di un recupero della dimensione infantile che ci rimane assolutamente inaccessibile come possibilità di essere rivissuta. In altri termini il processo evolutivo si compie attraverso eventi irreversibili che nel modificare fisicamente il nostro corpo procedono ad una modificazione radicale dei nostri processi di significazione. Questo non significa affatto che siamo impossibilitati a parlare o a riflettere sul mondo dell’infanzia e sulla nostra dimensione biologica sulla quale si fonda il mondo così come si dà a noi; però dobbiamo essere anche assolutamente consapevoli che tale possibilità ci è data solo a partire da questo nostro situarci qui ed ora in un orizzonte di significazione che è il nostro di questo momento. E’ solo da questo post- in cui già sempre siamo, che possiamo ri-pensare e ri-categorizzare il pre-.

E’ innegabile a questo punto che sia necessario porsi alcuni problemi a partire dai quali tentare di far procedere questa indagine, ossia: se è vero ciò che abbiamo anticipato il significato può essere considerato una struttura antepredicativa? Esiste un significato antepredicativo? Questo è necessario ovviamente se davvero si vuole sostenere, come appena ribadito, che l’assenza di linguaggio non è anche assenza di processi di significazione. Che cosa intendiamo quando parliamo di processi di significazione e non usiamo l’espressione più comune di significato. Da questo aspetto ne deriva un altro di non minore importanza: il concetto di significato che usiamo comunemente è sufficiente ad indicare il processo di cui abbiamo parlato fino a qui o, come faceva W. Dilthey quando analizzava alcuni concetti fondamentali, è necessario operarne un allargamento?

Alessandro Ramploud

1AA. VV., Burri e Fontana 1949 – 1968, a cura di B. Corà, Milano, Skira, 1996

2Ivi, p. 63

3E’ a partire da questa dualità che mi è parso opportuno inserire proprio nell’articolo stesso anche l’immagine che riproduce l’opera.

4E. Husserl, Esperienza e giudizio, Milano, Bompiani, 1995

5Ivi, p. 83

6Per fornire uno dei riferimenti possibili mi limito a citare qui: V. Gallese, Corpo vivo, simulazione incarnata e intersoggettività, in Neurofenomenologia, a cura di M. Cappuccio, Milano, Bruno Mondadori, 2006

7Quando introduco il concetto di significato, o meglio il processo di significazione mi riferisco alla riflessione condotta da Wittgenstein su questo argomento nelle Ricerche filosofiche.

8Penso ad un semplice gioco che si può fare con i bambini di pochi mesi in cui ci si nasconde per un breve periodo dalla vista ricomparendo poco dopo. Si vede immediatamente come in assenza di patologie si inneschi un processo di divertimento del bambino stesso.


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