Concretamente, questo potere sulla vita si è sviluppato in due forme principali a partire dal XVII secolo; esse non sono antitetiche; costituiscono piuttosto due poli di sviluppo legati da tutto un fascio intermedio di relazioni. Uno dei poli, il primo sembra ad essersi formato, è stato centrato sul corpo in quanto macchina: il suo dressage, il potenziamento delle sue attitudini, l’estorsione delle sue forze, la crescita parallela della sua utilità e della sua docilità, la sua integrazione a sistemi di controllo efficaci ed economici, tutto ciò è stato assicurato da meccanismi di potere che caratterizzano le discipline: anatomo-politica del corpo umano. Il secondo, che si è formato un po’ più tardi, verso la metà del XVIII secolo, è centrato sul corpo-specie, sul corpo attraversato dalla meccanica del vivente e che serve da supporto ai processi biologici: la proliferazione, la nascita e la mortalità, il livello di salute, la durata di vita, la longevità con tutte le condizioni che possono farle variare; la loro assunzione si opera attraverso tutta una serie di interventi e di controlli regolatori: una bio-politica della popolazione. Le discipline del corpo e le regolazioni della popolazione costituiscono i due poli attorno ai quali si è sviluppata l’organizzazione del potere sulla vita. La creazione, nel corso dell’età classica, di questa grande tecnologia a due facce – anatomica e biologica, agente sull’individuo e sulla specie, volta verso le attività del corpo e verso i processi della vita – caratterizza un potere la cui funzione più importante ormai non è forse più di uccidere ma d’investire interamente la vita.
La vecchia potenza della morte in cui si simbolizzava il potere sovrano è ora ricoperta accuratamente dall’amministrazione dei corpi e dalla gestione calcolatrice della vita. Sviluppo rapido nel corso dell’età classica delle varie discipline –scuole, collegi, caserme, ateliers; emergenza anche, nel campo delle pratiche politiche e delle osservazioni economiche, dei problemi di natalità, di longevità, di salute pubblica, di habitat, di migrazione; esplosione dunque di tecniche diverse e numerose per ottenere la subordinazione dei corpi e il controllo delle popolazioni. Si apre così l’era di un “bio-potere”. (M. Foucault, La volontà di sapere)
Non è tanto qui il caso di voler stabilire se la biopolitica, propriamente, sia una invenzione del XVII-XVIII sec., come sostiene Foucault, o se invece, come pensano altri, la biopolitica costituisca una costante sotterranea del pensiero politico e filosofico dell’Occidente fin dalle sue origini.
Di fatto, ed è ciò che qui interessa, Foucault ha avuto il merito di saper imporre all’attenzione generale questo concetto, al punto che esso si presenta oggi come idea adeguata per l’analisi dei dispositivi di potere e di sapere tipici della modernità.
E’ fra le pieghe del concetto di biopolitica, infatti, che si è sviluppato, negli ultimi anni, un dibattito, sempre più serrato e sempre più allargato, sulla natura umana. Dibattito che ha coinvolto la filosofia, la politica e la scienza.
Sono così stati ripresi e modulati nelle più diverse direzioni concetti che appartengono alla matrice culturale e politica dell’Occidente come: realtà, essere, esperienza, verità, origine, mondo, animalità, ambiente,…
Non è ovviamente possibile, né risulterebbe di alcuna utilità, ripercorrere la significativa mole di disseminazioni che questo dibattito ha procurato in vari campi di ricerca e di analisi, nella presunzione di volerne fare una presentazione completa ed enciclopedicamente esaustiva. Haisenberg ci ha insegnato che si può mette a fuoco o la sola posizione o il solo movimento.
Pertanto non è il fermo immagine che qui interessa ma il divenire e il mutamento ai quali vogliamo concorrere con questo blog.
Pur nella molteplicità dei punti di vista che fanno tema attorno alla vita umana, due direzioni paiono oggi imporsi con sempre maggiore evidenza, che qui indichiamo con il ricorso ad una terminologia ampiamente utilizzata dai sostenitori delle due posizioni: la posizione della continuità e quella della discontinuità.
Di nuovo, poi, le posizioni all’interno delle rispettive riflessioni, risultano frammentate e orientate nella direzione di curiosità e interessi i più diversificati e articolati; il nostro intento è allora quello di aggiungere figure a figure, non tanto per assecondare una moda che pare privilegiare uno spaesamento fine a se stesso, quanto per verificare e favorire una ricomposizione, se possibile, che risulti piuttosto da un “effetto moirè” che non da una programmatica e non auspicabile volontà convergente.
Sia l’ipotesi della continuità sia quella della discontinuità non si presentano, pertanto, con caratteristiche uniformi né, talvolta, pertinenti fra loro, a tal punto che motivata risulta l’ipotesi della complessità di un problema che difficilmente può essere semplificato oltre una certa soglia. Di fronte ai diversi modi di intendere la continuità o la discontinuità bisogna riconoscere che questo è probabilmente reso necessario anche dal fatto che sia la continuità sia la discontinuità devono essere confermate o smentite a diversi livelli e che questi fenomeni si ripresentano in più occasioni.
Norbert Wiener, per esempio, ci ricorda che anche i sistemi viventi cessano di essere viventi al di sotto del livello molecolare, mentre il linguista Benveniste sottolinea una frattura di diverso genere: Questa è la grande frattura dell’umanità: alcuni popoli hanno lingua scritta, altri no.
Ho letto il pezzo introduttivo e mi è piaciuto molto. Riflessione immediata a cui darò però seguito in un secondo momento: A tuo parere la continuità non si fonda sempre a partire da un orizzonte che si pone come discontinuo? L’uso di questi “giochi linguistici” duali non presuppone sempre proprio la dualità stessa? Vorrei che questa riflessione non fosse bollata semplicmente d’intellettualismo, ma ci permettesse di pensare attraverso una prassi realistica in cui l’agire in un orizzonte di continuita, forse, è già sempre un pre-supporre una dis-continuità che potrebbe darsi come la possibilità stessa della dimensione biologica dell’attenzione.