la porta

28 01 2010

LA PORTA

………….…..La porta

la porta aperta-chiusa

bianca…

La porta

che, dalla trasparenza, porta

nell’opacità…

La porta

Condannata…

La porta

Cieca, che reca

Dove si è già, e divelta

Resta biancomurata

E intransitiva…

L’amorfa

Porta che conduce ottusa

E labirintica (chiusa

Nel suo spalancarsi) là

Dove nessuna entrata

Può dar àdito…

Dove

Nessuna stanza o città

S’apre all’occhio, e non muove

- nel ristagno del vago –

ramo o pensiero una sola

parvenza…

Una sola

Cruna di luce ( o d’ago)

Nella mente…

La porta

Morgana.

La Parola.

Giorgio Caproni





da “Il gioco come simbolo del mondo”

15 12 2009

L’uomo non è così integralmente uno con il proprio essere – come l’animale: l’uomo sta per così dire “di fronte” a se stesso (sottolineatura mia); egli non solo è nel tempo, ma si rapporta al tempo; nel presente egli sa del futuro, al culmine delle sue forze sa già del suo declino, in gioventù sa della vecchiaia, in vita sa della morte; noi non siamo “uni” come l’animale protetto dalla natura, noi facciamo l’esperienza della nostra caducità di fronte all’essere più sano degli animali.

E. Fink





Significazioni e gioco

4 12 2009

go

Proviamo a delineare un possibile percorso di ricerca a partire da una riflessione: il processo di significazione può essere colto come gioco? Se seguiamo la analisi di E. Fink credo si possa dare una risposta affermativa a questa domanda. Vediamo però di puntualizzarla. Possiamo intendere la significazione come gioco? O meglio, questi due termini possono considerarsi in relazione sinonimica? Se così è diviene fondamentale puntualizzare la relazione che lega significazione e gioco. Questo potrebbe essere indicato proprio come la linea di sviluppo delle indagini che cercheremo di svolgere. Si tratta ora di mettere a fuoco da quale angolo prospettico intendiamo sviluppare queste problematiche. Al momento mi pare si possano individuare i contributi dati da Huizinga, Fink, Wittgenstein e Bateson. Ovviamente questi nomi non costituiscono altro che dei segnavia nell’orizzonte di ricerca. Essi quindi non sono esaustivi delle problematiche, ma aprono lo sviluppo di una ricerca che ha complesse e ramificate articolazioni.





Significazioni

29 11 2009

Premessa

Tre sono i punti che vorrei fossero qui considerati premesse a queste riflessioni. a. la non identità dell’io; b. l’individuazione di un io che non è più possibile oggetto, ma diviene azione; c. rilettura dell’opera di Husserl che a partire dagli anni ‘20 del secolo passato fornirebbe elementi teoretici fondamentali alla rilettura della fenomenologia statica (Melandri E.). Chiariamo meglio questi tre punti. I primi due si riferiscono direttamente alle Meditazioni Cartesiane. Nello specifico il primo rimanda ad un importante passaggio della II meditazione in cui Husserl ribadisce la non identità dell’io sono. Questa posizione è ulteriormente sviluppata nella VI meditazione scritta da E. Fink e E. Husserl. Leggi il seguito di questo post »





Vita, visione e natura (Riegl, Goldstein, Merleau-Ponty)

23 11 2009

Si pubblica qui di seguito l’intervento di Manlio Iofrida alle Giornate di studio del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna dal titolo: Biologie Filosofiche. Vita e discorsi sulla vita fra ‘800 e ‘900. L’incontro ha avuto luogo il 12 e 13 novembre 2009

Vita, visione e natura (Riegl, Goldstein, Merleau-Ponty).

di Manlio Iofrida

Le nostre giornate affrontano il tema della vita da molteplici punti di vista e in significati assai vari, come già sapete. Io mi concentrerò in particolare su due aspetti: quello dello speciale legame che si verifica fra vita e visione e quello del significato del biologico, della biologia e, più in particolare, dell’animalità e della corporeità che emerge da tale legame vita-visione: qual è la natura dell’animale, ma, conseguentemente, anche, qual è la natura dell’uomo che emerge da una certa tradizione culturale e che oggi torna ad essere di attualità? Implicito, ma non secondario, nel discorso che farò, è un terzo aspetto su cui abbiamo voluto insistere in queste giornate: quello dello scambio, del rapporto di reciproco incrocio e anche di reciproco rispecchiamento che lega pensiero tedesco e pensiero francese. Naturalmente, mi concrentro su questi temi non per motivi puramente esegetici e filologici, ma perché penso che essi possano offrire degli appigli per pensare i problemi di questo nostro presente in cui le questioni della vita sono tanto dibattute, ma prevalentemente con un ritorno a categorie e impostazioni filosofiche tradizionali. Avverto infine che, per motivi di tempo, mi limiterò a parlare di Merleau-Ponty e Riegl, omettendo Goldstein, a differenza di quanto avevo annunciato nel titolo. Leggi il seguito di questo post »





Di una duplice fenditura – un appunto

5 11 2009
faglia

faglia o piegatura

Borromini - Sant'Ivo

concavo e convesso

Queste due immagini sono per me paradigmatiche. La prima (la chiesa di Sant’Ivo del Borromini) mostra come nell’architettura barocca si diano due elementi antitetici e coimplicantesi allo stesso tempo: concavità e convessità. Questi ultimi sono a tutti gli effetti coloro che plasmano e vengono plasmati dalla luce. Infatti, come è facilmente riscontrabile dall’immagine la luce si riflette in modo assolutamente opposto a seconda della tipologia di superficie che colpisce. Essi si danno in questa immagine in assoluta contiguità, ma generano già da sempre uno scarto, una fenditura. Ecco il senso della seconda immagine, la fenditura, qui rappresentata da una faglia. La terra qui si torce, si piega, è sottoposta a forze che la muovono continuamente facendola collassare su se stessa e producendo questa separazione, questo scontro. Come anticipato questi sono solo immagini che cercano di rendere in modo paradigmatico qualcos’altro. Infatti ciò che vorrei qui solo abbozzare è la possibilità di parlare riguardo ad una duplice fenditura. Quale? Quella che si dà, a nostro avviso, nel processo genealogico-evolutivo dell’uomo. L’uomo si connota come quasi tutte le specie animali per un processo evolutivo specie specifico. Tale percorso pare però essere caratterizzato da due elementi particolari, due fenditure. Infatti la fase neonatale è paradigmaticamente definita anche fase dell’infanzia, ossia di un periodo della vita in cui l’uomo è ancora privo del linguaggio, meglio, non è ancora entrato nel linguaggio. Nel momento in cui il linguaggio viene usato comunicativamente il bambino entra completamente in un altro orizzonte di significazione che è segnato da una fenditura insanabile con ciò che c’era prima. Tutto si modifica. Il suo approccio ora ha a che fare non più con la sperimentazione fonetica ma con l’Ethos. Il processo non termina qui, ma l’insorgere dell’io, che si percepisce come se stesso, spalanca la seconda fenditura. Ora si dà la possibilità di ri-guardare ciò che si è dato attraverso la possibilità del ritorno sul medesimo. Ecco quindi la duplice fenditura.





L’accademia degli zoppi

15 10 2009

Viene qui fondata oggi l’accademia degli zoppi. Nasce zoppa, perchè ancora non abbiamo definito nulla, ma tant’è. Accontentiamoci. Aspettiamo integrazioni.

Eccole

Così si presenta l’enigma della Sfinge nelle Fenicie di Euripide

Vi è sulla terra un essere a due, a quattro, a tre piedi, la cui voce è unica. Tra coloro che si muovono sul suolo, nell’aria e nel mare, solo lui cambia la sua natura. Ma quando cammina appoggiandosi su più piedi è allora che le sue membra hanno minor vigore.

La Sfinge definisce l’uomo per la sua locomozione che ne fa, al pari della sua voce, qualcosa di unico fra le creature viventi.

C’è un caso particolare, però, nella locomozione dell’uomo che fin dal mondo greco, compreso il momento prescritturale mitologico, ha catalizzato una particolare attenzione: la zoppia.

Dobbiamo a Lévi-Strauss l’dea che il tema dell’andatura sia connesso a quello dell’enigma.

L’enigma va inteso come una domanda separata dalla sua risposta, formulata cioè in modo tale che la sua risposta non possa riuscire a raggiungerla, non arrivi a risolverla. L’enigma traduce quindi un difetto o un impossibilità di comunicare nello scambio verbale tra due interlocutori: il primo pone una domanda alla quale non può rispondere che il silenzio del secondo. (Jean-Pierre Vernant, Pierre Vidal-Naquet – Mito e tragedia due – Einaudi 2001)

La zoppia viene intesa da Lévi-Strauss come un difetto; l’impossibilità della comunicazione viene riportata sul piano della manchevolezza e del deficit. Il che è come dire: ad ogni domanda deve seguire una risposta in grado di raggiungere l’obiettivo nella linearità di una comunicazione e di una discendenza possibili.

Lo zoppo invece è senza discendenza e non dovrebbe nemmeno avere un padre nel quale poter riconoscere la propria filiazione diretta.

Il Mito non va tanto per il sottile: chi trasgredisce questa regola darà il via ad una catena di guai fino a che tutta la discendenza dello zoppo non risulti estinta.

Labdaco (il nome deriva dalla lettera lambda, lettera asimmetrica) è il primo a trasgredire questa regola e genererà Laio, lo sbilenco, il quale a sua volta genera Edipo, dai piedi gonfi, che genererà quattro figli con la cui morte drammatica termina ogni discendenza.

Che lo zoppo non debba avere discendenza non può che significare il terrore da parte del mito e della cultura greca scritturale successiva a garantirsi da quelle stirpi e da quei comportamenti che non seguono la via diritta. Lo zoppo infatti procede a zig-zag, a volte in modo circolare, scomposto e imprevedibile; il mito esorcizza il timore verso lo zoppo lanciando l’anatema della distruzione per il trasgressore. Assicurarsi una discendenza diventa così la colpa dello zoppo, colpa che verrà espiata con una castigo e una pena.

La macchina mitopoietica che crea la colpa si presenta così come perfetta premessa della macchina giuridica scritturale che , come ricorda Benjamin ( ma anche Kafka), condanna non al castigo ma alla colpa.

Anche il parlare dello zoppo non è lineare e fluido; il suo è un dire per lo più enigmatico, lallatorio balbuziente (Artaud), le parole incespicano e rotolano sulle parole.

Inoltre è anche spesso smemorato e non riesce a collegare in se stesso il filo lineare dei ricordi.

Edipo “risolve” l’enigma ( trasformandolo così in un semplice indovinello) della Sfinge, cioè  ricongiunge in modo lineare una domanda con una risposta; costringe ad una andatura rettilinea e sicura il rotolamento oscillatorio del domandare.

Ma la Sfinge è figlia bastarda di Laio e il varco aperto da quel domandare non può più essere ricomposto.

Come può l’uomo partecipare dell’identità, radicarsi solidamente nell’identità, quando diventa tre volte diverso nel corso della sua esistenza? Come può mantenersi la permanenza di un ordine in creature sottoposte ad un totale cambiamento del loro statuto in ciascuna età della vita? Come possono rimanere intatti, immutabili i titoli e le funzioni di re, padre, marito, avo, figlio quando sono altre le persone che li assumono successivamente e quando la stessa persona deve essere di volta in volta tanto figlio quanto padre, sposo, nonno, giovane principe e vecchio re?

O ancora, a quali condizioni il figlio deve incamminarsi dritto sulle orme del padre per occuparne il posto, simile al suo genitore quanto basta perché questo posto si prolunghi indefinitamente sempre uguale nel tempo, diverso da lui quanto basta perché questa sostituzione dell’uno con l’altro non sfoci in una confusione caotica?

(Vernant, cit. pag 41-42)

Innocenzo X F. Bacon

Innocenzo X F. Bacon





Alice nel paese delle meraviglie e la significazione

21 09 2009

[...] Alice cominciò ad avere sonno e, come se stesse sognando, continuava a

alice nel paese delle meraviglie

alice nel paese delle meraviglie

ripetersi: “I gatti ne van matti? I gatti ne van matti?” o anche: “I matti van a gatti? I matti ne van gatti? poiché, visto che non sapeva dare una risposta a nessuna delle due domande, non contava molto chi andava matto di chi. [...]

L. Carroll





a partire da Agamben

8 09 2009

Una prospettiva duale: aver luogo (del linguaggio); ciò che si dice. A partire da questa distinzione che si radica nel pensiero di Agamben abbiamo iniziato la discussione sui processi di significazione, oggi con Enzo.Giorgio Agamben





percezione/impressione, significazione

5 09 2009

Queste riflessioni iniziano direttamente da quelle sulla differenza/differenziazione. Il punto d’attacco di queste analisi è il seguente: percezione/impressione (nella loro accezione legata alla dimensione biologica) e suoi legami con la significazione. Come si connettono questi elementi che continuamente si coimplicano attraverso la funzione di ritorno? A mio avviso questo problema è di fondamentale importanza. Infatti l’insorgere del significato ha a che fare anche e soprattutto con la struttura evolutiva dell’uomo. Ma in che termini si può parlare di questo? Si può parlare di una significazione fetale? di una significazione neonatale? di una significazione del bambino? di una significazione dell’adulto? [significazione ed evuluzione: ulteriori considerazioni. Io posso ri-guardare alla significazione nelle varie fasi evolutive? Ossia posso davvero "portarmi" su una significazione che non sia la mia adesso? O posso solo guardare ad esse situandomi esclusivamente nelle posizione in cui mi trovo ora? Se non mantengo sempre viva questa considerazione non ricado forse già sempre in una prospettiva positivista ed oggettivista, che rende oggetto il significato e quindi in ultima istanza una posizione fisiologicista? Non è forse in una prospettiva di ritorno che acquisisce un senso la significazione evolutivamente concepita?] E’ chiaro che questa riflessione introduce già da sempre alla necessità di ri-definire il rapporto fra impressione e significato. Questo rapporto, a partire da un approccio fenomenologico, pare situarsi proprio nella struttura del ritorno. A questo punto possimo forse pensare di cogliere la differenziazione perché si genera in questo processo di ritorno o è la differenziazione stessa che implica il ritorno? A questo punto vediamo di individuare alcuni elementi che credo essere importanti: 1. immediatezza dell’impressione; 2. mediatezza della significazione. Possiamo spingerci ad identificare questa dinamica (perché non si dà mai assoluta distinzione, ma sempre coimplicazione) come ciò che rende sempre la percezione – dovremmo dire in modo forse più specifico l’appercezione – come una struttura di mediatezza? Può darsi la pura impressione/sensazione? Può darsi ciò come semplice fenomeno biologico? Questo domandare non rimanda forse sempre alla ri-definizione dell’orizzonte dell’animalità? Ipotizzando un movimento di questo tipo in cui ritorno e differenza risultano fondamentali ai fini di queste strutturazioni non ci si trova già da sempre rinviati all’orizzonte della temporalità, meglio della temporalizzazione? Come hanno a che fare i processi di significazione con la temporalizzazione?