differenza – differenziazione, un progetto

30 10 2011

Progetto di lavoro per il convegno: Metamorfosi delle differenze

differenza differenziazione

differenza differenziazione

 

 

differenza differenziazione





de-ontologizzare a partire dall’inferenza

21 10 2011

Wittgenstein procede nelle Osservazioni sui fondamenti della matematica ad analizzare l’inferenza per porla sotto scacco e per far sì che si mostri l’inciampo di ogni costituzione ontologica fondamentale. Questo elemento appare in tutta la sua evidenza, proprio se strutturiamo il processo inferenziale come derivante da un’ontologia regolativa sottostante. Questo elemento ha però un’ulteriore implicazione: è tutto il processo di causazione (causa-effetto) che, collocato nell’orizzonte del linguaggio, manifesta tutta la sua incapacità ad essere, ad indicare qualcosa di reale. Lo spostamento si compie proprio nel §32.

Ciò che appartiene all’essenza lo relego tra i paradigmi del linguaggio (pag. 19)

L’essenza è quindi relegata tra i paradigmi del linguaggio. Essa si dà, ma nel linguaggio. E’ il linguaggio che consente il mostrarsi di un’essenza, o meglio ancora il linguaggio ci consente di giocare il gioco dell’essenza.  Queste considerazioni sono ancor più chiare se si legge il §33:

Il dire: “questa proposizione segue da quella” significa riconoscere una regola. Il riconoscimento avviene sulla base della prova. Cioè: accetto questa sequenza (questa figura) come prova. ——— “Ma potrei fare altrimenti? Non sono costretto ad accettarla?” Perché dici di essere costretto? Senza dubbio perché, giunto alla conclusione della prova, dici: “Sì – non posso fare a meno di riconoscere questa conclusione”, Ma questa, appunto, non è altro che l’espressione del tuo incondizionato riconoscimento. In altri termini, io credo che le parole: “Sono costretto ad ammettere questa cosa” vengano usate in un duplice ordine di casi: quando abbiamo ottenuto una prova, ma anche in riferimento al singolo passo della prova. (pag. 19)

Ecco che l’essenza, l’ontologia, il processo di causazione e d’induzione vengono qui posti nel linguaggio ed assumono, in questo modo una prospettiva ed una curvatura completamente differente. Non è più una realtà noumenica che si trova sotto e che dischiude un misterico, ma ci troviamo dinanzi ad una totale immanenza del linguaggio.





De Monarchia cibernetica

9 10 2011

De Monarchia cibernetica

Il pensiero vuol farsi azione, il verbo vuol

diventare carne. E, cosa meravigliosa!, l’uomo,

come il Dio della Bibbia, ha soltanto bisogno di

esprimere il proprio pensiero, e così prende

forma il mondo. Il mondo è la cifra del verbo.

Tenetelo presente, o superbi uomini d’azione.

Voi non siete altro che inconsapevoli esecutori

degli uomini di pensiero, i quali spesso in umile

silenzio, vi hanno disegnato fin nei dettagli tutto

il vostro agire.

H.Heine 1

Il cielo di Adamo

In principio Dio creò il cielo e la terra…. E Dio vide che tutto ciò era buono”. Della bontà e dello splendore del creato, però, l’uomo, in quei primi momenti, poteva averne ben poco godimento.

La luce di Andromeda, ad esempio, arriva a noi solo dopo quattro miliardi di anni luce; Adamo, il primo uomo, non poteva vederla.

Quante altre cose ancora Adamo non poteva vedere? Leggi il seguito di questo post »





Usi, significazioni, inferenze, regole

2 10 2011

… dal significato scaturisce l’uso. (pag. 12)

Ciò ti mostra – si potrebbe dire – quanto saldamente certi gesti, certe immagini e certe reazioni siano collegati con il costante esercizio di un certo uso. (pag. 12)

Questi due passaggi, tratti dalle Osservazioni sui fondamenti della matematica di L. Wittgenstein, meritano un’attenzione particolare, infatti credo siano tesi a mostrare sempre e di nuovo la ri-connessione che collega continuamente significazionii e usi. Si potrebbe infatti tentare di leggere questi due passaggi con la seguente prospettiva: da un lato il processo di significazione determina l’uso, ma, reciprocamente, parrebbe proprio essere lo stesso uso ad aprire orizzonti di significazione possibili. Chiaro che in questa prospettiva è necessario tentare di cogliere le possibili implicazioni che il rapporto significati – usi, porta con sé. A questa considerazione vorrei aggiungere un ulteriore elemento problematico. E’ possibile/pensabile rileggere qui queste analisi usando gli “occhiali” del pensiero strategico di cui parla F. Jullien nel Trattato sull’efficacia (soprattutto il legame significazione – usi)?

mappa inferenza

mappa usi, significati, inferenze, regole

L’essenziale della parola “tutti” consiste proprio nel fatto che essa non ammette nessuna eccezione. – Sì, questo è l’essenziale del suo impiego nel nostro linguaggio: ma quali siano i modi d’impiego che percepiamo come ‘l’essenziale’ dipende dalla parte che quest’impiego ha in tutta la nostra vita. (pag. 12-13)

Nel §16 Wittgenstein dice qualcosa di interessante che ribadisce, a mio avviso, le riflessioni precedenti: l’essenziale, dipende dall’impiego; quindi l’essenziale stesso ha un rapporto di dipendenza diretta con l’impiego. Il passaggio è molto importante perché è l’ontologia stessa che “svapora” dinanzi all’immanenza pratica. (Potremmo tentare di rappresentare la relazione usi, significazioni, inferenze, regole come nella mappa inserita qui sopra?)

E in cosa consiste la particolare attività dell’inferire? – Per rispondere a questa domanda è necessario rendersi conto del modo in cui si tirano conclusioni nella pratica dell’uso linguisitico: che procedimento sia mai, in un giuoco linguistico, l’inferire. Per esempio, una prescrizione reca: “Tutti coloro la cui statura supera il metro e ottanta sono assegnati al reparto…” Uno scivano legge ad alta voce nome e statura degli uomini. Un altro li assegna a questo o a quell’altro reparto. – “NN, 1 metro e 90″ – “NN al reparto…” (pag. 13)

Questo passaggio ci mostra come la determinazione di una regola, determina, a sua volta, processi d’inferenza. Di nuovo è la grammatica, il “come funziona?”, ad aprire possibilità di significazione.

usi-inferenze-significazioni

usi-inferenze-significazioni

In questa seconda mappa si cerca di mostrare come ogni inferenza può essere determinata a partire da una regola intesa come regola d’uso. Nuovamente: il punto non è forse già sempre grammaticale (“come funziona”)?

Ed ancora, gli usi potrebbero essere sostituiti da un processo di utilizzabilità che determina gli usi stessi.

utilizzabilità ed usi

utilizzabilità ed usi

Tutte queste riflessioni “stanno avvenendo” e si mostrano dentro questo stesso gioco linguistico. Non dobbiamo mai dimenticare questa continua torsione che la distanza/differenza fra linguaggio e realtà implica e rende possibile.





Perdere il proprio io

29 09 2011

F. Jullien, in Parlare senza parole, scrive:

“Perdere il proprio io”, come suggerisce il taoista e come ciascuno di noi può fare in ogni istante nell’incontro diretto con il mondo, quindi nel momento in cui non si dispone più del mondo ma ci si rende disponibili a esso (non è forse questa la peculiarità dell’esperienza poetica?), diventa in effetti un’esperienza illimitatamente accessibile. (pag. 54)

Questo passaggio può rimandare al quadro di C. D. Friedrich, Monaco sulla spiaggia?

C. D. Friedrich, Monaco sulla spiaggia

C. D. Friedrich, Monaco sulla spiaggia





Una riflessioni sull’inferenza nelle Osservazioni ai fondamenti della matematica

28 09 2011

Inferire: Wittgenstein muove una critica serrata all’inferenza intesa come processo mentale, riconducendolo ad una grammatica. Questa prospettiva dovrebbe, a mio avviso, essere colta nella sua paradigmaticità. Infatti ciò che si mostra è questo continuo e progressivo distanziamento – meglio processo di differenziazione – fra il linguaggio e la realtà, la cosa. Wittgenstein nel §6 scrive che nell’inferenza

il trapasso consiste solo nel fatto che si pronunciano espressioni come “dunque”, “di qui segue…” etc. (pag. 9)

Nel §7 aggiunge:

Non è forse vero che ogni cosa può essere derivata da ogni altra cosa per mezzo di una qualche regola – per mezzo di ogni regola, cioé, a cui sia stata data un’interpretazione appropriata? (pag. 9)

Si puntualizza, qui sempre e di nuovo, che l’inferenza non è un prodotto di un qualsivoglia processo mentale, ma un gioco normato a cui giochiamo. Questo elemento è strettamente connesso con la determinazione di un linguaggio completamente immanente. Bisogna però forse fare un po’ di chiarezza. Il mentale non è il biologico. Dico questo perché non credo sarebbe comprensibile la curvatura della riflessione di Wittgenstein sulle forma di vita, se non avessimo chiaro che quando si dice che ‘inferenza non è un processo mentale, non significa assolutamente che essa non si sviluppi in una forma di vita, in un bios. Ciò che qui si tenta di mettere sotto scacco è il processo di causa-effetto che vedrebbe – in questo caso l’inferenza – discendere direttamente da una configurazione mentale. In altre parole, a partire dal riconoscimento della non esistenza di un’ontologia sottostante il linguaggio, l’inferenza diviene quel tipo di gioco paragonabile ad una “convenzione”, ad un “uso”, forse a “bisogni pratici”. Allora l’inferenza è qualcosa che impariamo (non è forse proprio grazie a questo processo di differenziazione fra linguaggio e realtà che possiamo pensare di imaparare l’inferenza?). Nel §11 Wittgenstein scrive:

Come impariamo, allora, l’inferire? O non l’impariamo affatto? Il bambino sa che dalla doppia negazione segue l’affermazione? – E come lo si convince di questo? Mostrandogli un procedimento che possa assumere ad immagine della negazione (una doppia inversione, due rotazioni di 180° ciascuna, e via discorrendo (pag. 11)

Questi elementi inducono ad un’ulteriore riflessione: la dimensione “valvolare” del linguaggio. Infatti, una volta che il bambino vi è entrato, ha imparato una serie di giochi, non può più uscirne ed il suo mondo, come il mio in questo momento, è quello del linguaggio. In questo entrare, però, vi è qualcosa di particolare: il mostrarsi di una differenziazione, che è sempre coimplicazione e continua contaminazione (in una prospettiva che vuole rimandare alla struttura fondante della riflessione cinese) di ciò che chiamiamo natura e cultura (volutamente ho usato qui l’espressione “chiamaiamo”, perché stiamo facendo un gioco, stiamo condividendo una grammatica). Tutto questo si mostra proprio grazie e nel linguaggio, nello stesso mostrarsi di quest’ultimo e mostrarsi completamente privo di un qualsivoglia fondamento ontologico. Questa riflessione, credo si possa collegare con un’espressione di Wittgenstein che chiarisce ancor meglio il senso. Egli scrive nel §12:

E quello che diciamo serve solo a mostrarci come reagiamo con le parole. (pag. 12)





L’utilizzabilità possibile a partire dall’inapropiatezza ed infondatezza

25 09 2011

Utilizzabilità non è teoria della comunicazione. Seguendo Wittgenstein potremmo dire che la comunicazione è uno dei possibili giochi che si possono compiere utilizzando il linguaggio. Prendo a prestito il concetto di utilizzabilità che Heidegger espone ne L’origine dell’opera d’arte. Che cosa accade qui? L’oggetto (le scarpe da contadino) acquisisce un senso a partire dall’utilizzabilità, meglio, l’utilizzabilità dischiude un mondo. Ecco che analogicamente è il linguaggio – con il suo processo di significazione ed oggettivazione – e non l’oggetto che apre il mondo. E’ nel linguaggio che mostra le “scarpe”, che si apre il mondo nell’immanenza del linguaggio stesso. Qui si pone una domanda: cos’è qui la chiacchiera? E’ forse l’inauteuntico? Quello che si delinea è l’inappropiratezza. In che senso intendo questa espressione? Io credo che qui si debba intendere l’inappropriatezza come non proprio, come in-fondato. Tenendo presente la riflessione wittgensteiniana ciò che si mostra è un processo di differenziazione sempre in atto fra la parola e la cosa. La cosa non è la parola e la parola non è la cosa. Ecco che il trattino posto fra in e fondato vuole scartare rispetto al gioco dell’infondato che potrebbe prefigurare una insensatezza. Proprio nell’utilizzabilità questo elemento viene sempre posto sotto scacco. Per cogliere meglio questa riflessione rimando alla conclusione del saggio di G. Agamben dedicato al Bartleby di H. Melville. In esso si fa esplicito riferimento al fatto che parlare della tortura non è certo provarne la sofferenza sulla carne, ma il linguaggio è altresì in grado di mostrare questa sofferenza. Ecco l’inappropriatezza e l’in-fondatezza .

Magritte, la pipa

Magritte, la pipa





Le Osservazioni sopra i fondamenti della Matematica di Wittgenstein

24 09 2011

Inizio qui una serie di riflessioni che si articolano a partire dalla lettura delle Osservazioni sui fondamento della matematica  di L. Wittgenstein e che hanno permesso di sviluppare L’enigma non v’è.

In questo senso, anche, le regole, i paradigmi, sono convenzioni; ma è importante mettere in evidenza che non si tratta di convenzioni solo nel senso che non c’è nulla, al di fuori di loro stesse, che ne giustifichi l’esistenza e l’impiego. Sono “convenzioni” nel senso che appartengono ai limiti estremi del linguaggio: riconoscerle come convenzioni significa riconoscerle come un limite che non può essere liquidato nel solvente dell’analisi e del senso, che ne dà le “ragioni”. Paradossalmente, sono convenzioni perché non possono essere travalicate, e “l’unico argomento che mi rimarrebbe da usare” contro chi non volesse accettarle, “consisterebbe nel dire ‘Ma non vedi?!’ – e questo non è certamente un argomento”. Del resto, essenza e convenzione sono termini complementari. Attraverso le prove, il matematico “indaga l’essenza” delle proposizioni; ma proprio nella misura in cui procede sui binari di un gioco regolato da convenzioni, “il matematico produce essenza“: “Alla profondità dell’essenza”. Così, proprio quel miscuglio variopinto di tecniche, che è la matematica, incarna il modo d’essere essenziale della convenzione: in questo senso la grammatica dei giuochi di cui la matematica consta è forse quella “grammatica logica”, quella “forma generale del linguaggio e della proposizione” che Wittgenstein cominciò a cercare dopo aver perduto il mondo e la sua struttura.

Mario Trinchero

Questa citazione l’ho tratta dall’Introduzione che Mario Trinchero ha elaborato per le Osservazioni sopra i fondamenti della matematica di L. Wittgenstein. Questo passaggio possiede alcuni elementi fondamentali che vorrei evidenziare. Innanzitutto si mostra la posizione di Wittgenstein stesso che non può essere sbrigativamente liquidata ponendola all’interno dell’orizzonte di una qualsivoglia teoria della comunicazione; ma soprattutto si pone un problema molto interessante: la matematica può essere davvero un gioco privilegiato? Se ci poniamo a partire da questa prospettiva non dobbiamo però anche cogliere la diversa accezione rispetto all’impostazione di B. Russell?





L’enigma non v’é

23 09 2011

 Premessa

Vorrei affrontare qui il tema della chiacchiera a partire da un’interpretazione della riflessione di Wittgenstein: la completa immanenza del linguaggio con se stesso.

Utilizzando un’espressione che Deleuze applica nella lettura del Barthleby di Melville, le parole non vogliono dire che ciò che dicono.

Tenterò quindi di mostrare qui che non vi è alcun enigma, alcun struttura misterica nel linguaggio. Per farlo attraverserò alcune fondamentali concettualizzazioni come: l’inappropriatezza, l’infondatezza, l’autonomia e la corrispondenza. Leggi il seguito di questo post »





Platone e Wittgenstein

18 02 2011

Wittgenstein puo’ essere interpretato come l’ultimo dei neoplatonici? Ma soprattutto, le idee di Platone possono essere interpretate come una grammatica?








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