Viene qui fondata oggi l’accademia degli zoppi. Nasce zoppa, perchè ancora non abbiamo definito nulla, ma tant’è. Accontentiamoci. Aspettiamo integrazioni.
Eccole
Così si presenta l’enigma della Sfinge nelle Fenicie di Euripide
Vi è sulla terra un essere a due, a quattro, a tre piedi, la cui voce è unica. Tra coloro che si muovono sul suolo, nell’aria e nel mare, solo lui cambia la sua natura. Ma quando cammina appoggiandosi su più piedi è allora che le sue membra hanno minor vigore.
La Sfinge definisce l’uomo per la sua locomozione che ne fa, al pari della sua voce, qualcosa di unico fra le creature viventi.
C’è un caso particolare, però, nella locomozione dell’uomo che fin dal mondo greco, compreso il momento prescritturale mitologico, ha catalizzato una particolare attenzione: la zoppia.
Dobbiamo a Lévi-Strauss l’dea che il tema dell’andatura sia connesso a quello dell’enigma.
L’enigma va inteso come una domanda separata dalla sua risposta, formulata cioè in modo tale che la sua risposta non possa riuscire a raggiungerla, non arrivi a risolverla. L’enigma traduce quindi un difetto o un impossibilità di comunicare nello scambio verbale tra due interlocutori: il primo pone una domanda alla quale non può rispondere che il silenzio del secondo. (Jean-Pierre Vernant, Pierre Vidal-Naquet – Mito e tragedia due – Einaudi 2001)
La zoppia viene intesa da Lévi-Strauss come un difetto; l’impossibilità della comunicazione viene riportata sul piano della manchevolezza e del deficit. Il che è come dire: ad ogni domanda deve seguire una risposta in grado di raggiungere l’obiettivo nella linearità di una comunicazione e di una discendenza possibili.
Lo zoppo invece è senza discendenza e non dovrebbe nemmeno avere un padre nel quale poter riconoscere la propria filiazione diretta.
Il Mito non va tanto per il sottile: chi trasgredisce questa regola darà il via ad una catena di guai fino a che tutta la discendenza dello zoppo non risulti estinta.
Labdaco (il nome deriva dalla lettera lambda, lettera asimmetrica) è il primo a trasgredire questa regola e genererà Laio, lo sbilenco, il quale a sua volta genera Edipo, dai piedi gonfi, che genererà quattro figli con la cui morte drammatica termina ogni discendenza.
Che lo zoppo non debba avere discendenza non può che significare il terrore da parte del mito e della cultura greca scritturale successiva a garantirsi da quelle stirpi e da quei comportamenti che non seguono la via diritta. Lo zoppo infatti procede a zig-zag, a volte in modo circolare, scomposto e imprevedibile; il mito esorcizza il timore verso lo zoppo lanciando l’anatema della distruzione per il trasgressore. Assicurarsi una discendenza diventa così la colpa dello zoppo, colpa che verrà espiata con una castigo e una pena.
La macchina mitopoietica che crea la colpa si presenta così come perfetta premessa della macchina giuridica scritturale che , come ricorda Benjamin ( ma anche Kafka), condanna non al castigo ma alla colpa.
Anche il parlare dello zoppo non è lineare e fluido; il suo è un dire per lo più enigmatico, lallatorio balbuziente (Artaud), le parole incespicano e rotolano sulle parole.
Inoltre è anche spesso smemorato e non riesce a collegare in se stesso il filo lineare dei ricordi.
Edipo “risolve” l’enigma ( trasformandolo così in un semplice indovinello) della Sfinge, cioè ricongiunge in modo lineare una domanda con una risposta; costringe ad una andatura rettilinea e sicura il rotolamento oscillatorio del domandare.
Ma la Sfinge è figlia bastarda di Laio e il varco aperto da quel domandare non può più essere ricomposto.
Come può l’uomo partecipare dell’identità, radicarsi solidamente nell’identità, quando diventa tre volte diverso nel corso della sua esistenza? Come può mantenersi la permanenza di un ordine in creature sottoposte ad un totale cambiamento del loro statuto in ciascuna età della vita? Come possono rimanere intatti, immutabili i titoli e le funzioni di re, padre, marito, avo, figlio quando sono altre le persone che li assumono successivamente e quando la stessa persona deve essere di volta in volta tanto figlio quanto padre, sposo, nonno, giovane principe e vecchio re?
O ancora, a quali condizioni il figlio deve incamminarsi dritto sulle orme del padre per occuparne il posto, simile al suo genitore quanto basta perché questo posto si prolunghi indefinitamente sempre uguale nel tempo, diverso da lui quanto basta perché questa sostituzione dell’uno con l’altro non sfoci in una confusione caotica?
(Vernant, cit. pag 41-42)

Innocenzo X F. Bacon